sabato 28 gennaio 2017

Lettera a un padre




Caro Papà,

è così che ti chiamano no? Ho scelto di scriverti due righe. Io non sono padre, mi auguro di esserlo, ma per ora non lo sono. La mia, forse, è una posizione facile. Forse le cose sono molto più complicate e difficili di quelle che io posso pensare. Solo che un giorno, il mio di padre, con una tenerezza disarmante mi ha detto: “A me nessuno certe cose me le aveva spiegate, ho fatto quello che pensavo fosse meglio, nessuno mi ha aiutato ad essere padre.” Allora ho pensato che forse alcune cose avrei comunque potute dirtele, senza la pretesa di insegnarti niente, ma di darti un aiuto, al massimo, e di darti qualche spunto utile in questo meraviglioso viaggio che è la paternità.

No, le cose non sono sempre automatiche, siamo egoisti, amico mio. Si è vero sangue del nostro sangue, ma quanta inadeguatezza all'inizio di fronte a quella piccola creatura, quanta paura e difficoltà nel mettersi al servizio: “Come si prende in braccio?”

Voglio sfatare, prima di tutto, alcuni miti. Molti credono che il nostro primo ruolo paterno, di guida verso la scelte dell’età adulta, si manifesti nell'età dell’adolescenza, in cui di fronte alle prime ribellioni dobbiamo indirizzare nostro figlio verso l’essere adulto. Questo è falso, arrivati all'adolescenza, il più è fatto, purtroppo. Anche se sempre si può provare a recuperare, per carità.

Vuoi sapere quali sono gli anni che maggiormente influenzeranno il successivo sviluppo del tuo bambino? Beh, la risposta, a mio avviso, è sorprendente, anche se forse l’hai già sentita, perché oggi queste informazioni si stanno diffondendo sempre di più, la fascia 0-3 anni. In queste fase, grazie al tuo supporto, a quello di tuo moglie e ad altri stimoli del mondo circostante, il bambino formerà la base della struttura del suo cervello, con cui farà i conti tutta la vita. Non voglio spaventarti, davvero, spesso lo siamo già abbastanza! Voglio, però, amico mio, che tu ne sia consapevole. Che tu capisca quale grande missione ti è stata data: il tuo comportamento influenzerà la crescita e la strutturazione del cervello di un’altra persona, che poi se lo porterà appresso tutta la vita, anche se con grande possibilità di modificarlo in base a varie esperienze. Quindi c’è da essere terrorizzati?  Oppure possiamo ritenerci soddisfatti di aver superato lo spauracchio. “Eh no, io ho passato quella fascia, quel che è fatto è fatto.”

No, non è questo il punto, è che in questa missione deve metterci tutto te stesso, davvero. Spesso la creatura che ci troviamo di fronte non è esattamente quella che ci aspettavamo. A volte, la nostra missione, è più gravosa di quello che pensavamo. Alcuni giorni sono complicati, con incomprensioni coniugali e bollette da pagare. Una corsa perenne. Poi non c’è un figlio solo. Cosa conta, cosa conta, davvero? 
Conta la tua intenzione, caro papà. Il tuo è un ruolo delicato, devi dare le regole, il senso del limite, ma ogni giorno coltiva dentro di te l’intenzione di volere bene al tuo bambino. A volte, forse, avrà delle reazioni per te inconcepibili, per la tua mente di adulto stanco. Ti salterà addosso per dirti che ha appena visto un nuovo cartone, si butterà a terra disperato perché è ora di andare a letto, strillerà come un ossesso perché il fratellino ha preso il suo gioco, con cui lui non gioca mai, tra l’altro. Educalo si, mostragli una strada migliore, supportalo nel gestire meglio le sue emozioni e nell'avere comportamenti migliori. Sii consapevole, però, che attraverso quello che farai in queste situazioni, il tuo bambino imparerà il modo di rapportarsi con la sua rabbia, con la sua tristezza, con il suo entusiasmo. Sapevi, per esempio, che sulla base di come farai tu, il tuo bambino si costruirà un modello che si porterà appresso quando si relazionerà col mondo? 

Non avere paura, guarda che lo so che, a volte, c’è da tagliare corto, che spesso uno strillo ci appare il modo migliore per superare quella sceneggiata. Lo capisco, davvero. Però, ti prego, poi torna dal tuo bambino. Non abbandonarlo con il suo dolore, non abbandonarlo nelle sue emozioni. Non abbandonarlo, da solo, a pensare che le sue emozioni non abbiano valore o siano sbagliate. Insegnagli che ai danni si ripara. Torna da lui, spiegagli che papà è stanco, che spesso è nervoso, che lui, il bambino dico, a volte prova rabbia e quindi si comporta così. Aiutalo a dare un nome a quello che prova, a costruirsi un modo interno coerente, in cui crollasse il mondo so che papà e mamma mi vogliono bene. Non è importante solo quello che diciamo, ma anche il come. Spesso queste cose di cui parliamo si registrano ad un livello non verbale, inconscio, e hanno un valore anche quando con nostro figlio ancora non possiamo dialogare. Un tono, uno sguardo possono ferire, possono terrorizzare la struttura fragile del bambino. Non importa, ripara, cerca di capire, sempre di più, come si sente il tuo bimbo. Per fare questo, vedi, anche tu devi lavorare un po’ sulla tua emotività, sul tuo mondo interiore. Come si fa? Ascoltati, cerca di ricordare un po’ in che modo si è costruito il tuo mondo interiore. Cosa ti succede quando ti arrabbi, sei triste o paura? Le conosci queste emozioni? Dove le provi nel corpo e, poi, cosa ci fai? Cosi ti suscita vederle negli altri, in tuo figlio? Non si tratta di un lavoro fine a se stesso, il bambino sulla base del tuo ordine emotivo, dirimerà il suo caos. Provaci.

Lo penso, sai? Penso che sarai un ottimo padre, devo solo lasciarti un po’ andare e togliere un po’ di sovrastrutture, permettendo così, a te e il tuo bambino di incontrarvi, di conoscervi davvero. Dona al tuo bambino una relazione più vera e onesta possibile. Io ho imparato a volere bene a mio padre, alla fine, ho capito che molte incomprensioni erano più dovute alla sua storia che a me in quanto persona, però, vedi, se mio padre avesse lavorato un po’ su questo di cui noi stiamo parlando, ci saremmo risparmiati un bel po’ di sofferenza. Entrambi. Lo so che ci sarebbero miliardi di altre cose. Sul rapporto con tua moglie, ad esempio, su come agire come coppia genitoriale. E moltissimo altro.

Volevo, però, solo farti arrivare questo come messaggio essenziale: caro papà, abbi cura delle emozioni di tuo figlio, aiutalo a capirle, dargli un nome e ordinarle. Non abbondarlo emotivamente, mai e poi mai, anche quando ti senti inadeguato, lui ha bisogno della tua presenza, non solo fisica ma emotiva. Abbi cura delle tue, poi, non permettere che influenzino troppo la tua capacità di conoscere tuo figlio, per quello che è. I bambini hanno bisogno di essere amati e rispettati, non gestiti.

Ti abbraccio.

Buon cammino verso la paternità e la felicità

Joseph Marlin