venerdì 6 gennaio 2017

Intervista a Joseph Marlin

Ripubblico quest'intervista di qualche tempo fa, ad opera di Rita Sberna. E' stata per me un'occasione importante di spiegare meglio il mio punto di vista e la mia esperienza per quanto riguarda l'omosessualità. E' strano rileggermi, è strano rivedermi nelle varie cose che racconto bambino, adolescente, cosi sicuro delle varie scelte che intraprendevo, della mia identità. E capire oggi, quanto in realtà fossi solo, spaventato, desideroso di un amore che non conoscevo. E' strano ripensare a tutto il percorso. Alle scelte e ai fallimenti quotidiani. E' lì che si affaccia in me quella calda sensazione del cuore. Com'è che si chiamava? Ah si, la grande assente del nostro tempo. Gratitudine, ecco non mi veniva. Buona lettura! 

Intervista a Joseph Marlin



In quest’intervista esclusiva parleremo di omosessualità e di identità di genere, e lo faremo con un ragazzo che ha deciso di scrivere nel suo blog, una lettera aperta agli omosessuali, lo chiameremo con il suo pseudonimo: Joseph Marlin.
Joseph ha sempre creduto di essere un omosessuale, ma dopo aver cominciato a fare ordine nella sua vita, ha ritrovato se stesso, la sua vera identità. Oggi fa lo psicologo ed aiuta quei ragazzi che come lui, hanno un problema ed una crisi con la propria identità.
Joseph Marlin tra non molto, sposerà la sua attuale ragazza.
Cos’è che ti ha spinto a scrivere una lettera agli omosessuali?
Prima di tutto vorrei ringraziarti per questa opportunità che mi dai di spiegare meglio delle cose delle mia testimonianza e di parlare del mio punto di vista. Ho voluto scrivere questa lettera per raccontare la mia esperienza di vita e poter magari essere d’aiuto a qualcuno che poteva ritrovarsi nelle dinamiche che ho vissuto. Penso non sia facile essere omosessuali: si vive molta sofferenza e solitudine spesso all’interno della famiglia e successivamente anche nelle relazioni con gli altri. A mio parere non solo per colpa della società omofoba. Io ho sofferto molto ma oggi mi sento di camminare verso la felicità. Volevo offrire degli spunti di riflessione e aprire un canale in cui accogliere in un modo diverso la sofferenza di queste persone che non sia il semplice: “Accettati cosi come sei e vivi la tua vita.” A me questo non è bastato.
Nella lettera dici di aver saputo da sempre di essere gay ma di non aver pensato mai di essere etero. Cosa ti faceva pensare di essere gay?
L’ho sempre saputo nel senso che è vero che da bambino non avevo un’idea chiara dell’omosessualità in generale ma dentro di me sentivo di essere diverso. Sentivo di non essere come tutti gli altri bambini che giocavano tra di loro e si azzuffavano anche solo per scherzare. Io non mi sono mai sentito di fare un certo tipo di giochi e la mia sensibilità mi portava a stare per lo più con le bambine. Da più grandicello poi cominciai a vivere verso i miei coetanei una vera attrazione sia affettiva che sessuale. Era qualcosa che mi provocava sia reazioni fisiche in molte situazioni ma sia anche un desiderio di intimità e dolcezza con alcuni ragazzi. La voglia di essere abbracciato e tenuto per mano. Fantasticavo sessualmente solo sui ragazzi. Insomma avevo voglia di amare e di essere amato da persone del mio stesso sesso, mentre i miei amici vivevano le loro prime esperienze con le ragazze.
Fu proprio alle scuole medie che ti accorgesti di provare attrazione verso il sesso maschile?
Si esattamente. In particolare mi ricordo un ragazzo della mia classe, un tipo molto estroverso e un po’ bulletto. Fu per lui che percepii le prime sensazioni fisiche, anche solo standogli vicino. Comunque non fu una grande sorpresa per me, ma più una conferma, finalmente potevo dare un nome a quella diversità: omosessualità. Cosi la vivevo all’epoca. Ne parlai con lo psicologo della scuola e lui mi disse: “Non c’è alcun problema, questo è l’indirizzo dell’Arcigay li puoi trovare persone come te.” Ero un bambino, avevo 12 anni.
Durante gli anni del liceo, qualcosa cominciò a cambiare: la prima “cotta” verso un ragazzo e i primi dubbi. Raccontaci!
O beh sì, mi innamorai. Pensavo continuamente a questo ragazzo, volevo sempre stargli accanto e desideravo sempre che lui mi considerasse. Però non so, c’era come qualcosa che non mi tornava, questo desiderio che provavo per lui era qualcosa di profondamente doloroso, provavo sicuramente un grande affetto per lui e anche una forte attrazione fisica, ma c’era un’invidia di fondo che mi lacerava, era come se la sua immagine e la sua persona mi dicessero: “Io sono tutto quello che tu non sei e non sarai mai.” Mi aspettavo poi di essere come autorizzato da lui a stare con gli altri maschi della classe e se questo non avveniva cadevo in degli stati di vergogna e tristezza molto forti che non mi permettevano di stare a mio agio in gruppo, con i maschi. Cioè più che non mi permettevano di stare a mio agio, non mi permettevano proprio di stare in gruppo. Fu un periodo molto duro per me, poi decisi di fare il cosiddetto coming-out, cominciai a frequentarmi con un altro ragazzo, mi sembrava di stare finalmente costruendo qualcosa di positivo per me. Anche lì però quelle sensazioni sgradevoli di invidia, vergogna e tristezza in alcuni momenti riemergevano.
Decidesti di andare da un psico-terapeuta, e proprio in quell’occasione, scopristi che l’origine di questa crisi d’identità dipendeva da una mancata relazione con i tuoi genitori, durante l’infanzia.
Esatto, decisi quindi di lavorare su me stesso, sulle mie relazioni e sulle dinamiche familiari. Non volevo cambiare orientamento sessuale ma cercavo solo una maggiore stabilità. Questo lavoro su me stesso mi ha portato spontaneamente ad esplorare un potenziale che c’era in me ma che non avevo mai considerato.
Pensi che dietro all’omosessualità ci sia sempre una crisi, una delusione, un trauma avvenuto durante l’infanzia?
Non so rispondere a questa domanda. Non ci sono dati scientifici certi su questo. Per la mia esperienza si, centrale è stata la qualità della relazione anche precoce con i miei genitori, ma anche quella che ho sviluppato successivamente con i miei coetanei. Queste problematiche l’ho riscontrate in diverse persone che ho conosciuto quando ho frequentato un po’ l’ambiente omosessuale. Devo essere onesto non in tutti, almeno in come hanno risposto alle mie domande, poi non ho avuto modo di verificarlo o approfondirlo. In generale, anche dai miei studi di psicologia, comunque, non si può negare che la qualità delle relazioni che si instaurano con i genitori influenzano molto l’identità, in generale, anche per caratteristiche importanti. La mia domanda che rivolgo magari a qualche psicologo che leggerà l’intervista è: perché per l’omosessualità va escluso a priori il ruolo delle relazioni in famiglia?
Cos’è per te l’omosessualità?
L’omosessualità come tutti sanno è provare attrazione sentimentale e sessuale per persone dello stesso sesso. Nell’omosessualità viene spesso solo considerato l’orientamento sessuale. Io aggiungerei che l’orientamento sessuale in psicologia si associa anche ad altri fattori che insieme formano la sessualità di un individuo. Tra questi fattori vi sono anche l’identità di genere e il ruolo di genere. Insieme questi due fattori determinano il senso di appartenenza a un genere (maschile e femminile) e l’adattamento sociale a tratti che si riconoscono o meno come preponderanti per quel genere. Nello sviluppo dell’identità di genere diversi autori ci descrivono come centrale sia il ruolo della relazione precoce con la madre e, nei maschi, gioca un ruolo cruciale anche la successiva identificazione con il padre. Io credo che l’omosessualità vada ancora discussa bene e che definirla una variante normale del comportamento umano e smettere di approfondire la ricerca sia riduttivo. Non perché non sia normale o bisogna guarirla, ma perché l’essere umano è complesso, la sessualità è una cosa complessa. Per quasi tutto quello che ho studiato in psicologia, dai tratti del carattere alle psicopatologie si dice che la causa sia un mix di fattori genetici e ambientali e si cerca di approfondire sempre di più quali sono questi fattori e come interagiscono tra loro. Perché per l’omosessualità dovremmo fermarci e dire: “Come io ho gli occhi blu, tu li hai neri.”? Mi sembra una visione riduttiva e mi sembra si respiri in buona parte della psicologia attuale.
Cos’hai provato, la prima volta che baciasti una ragazza?
Uhm allora, cerchiamo di ricordarci. In quel periodo stavo scoprendo un nuovo senso di appartenenza al genere maschile, un potere più forte nelle relazioni, una riduzione della paura e della vergogna di fronte a altri uomini e anche una riduzione delle attrazioni omosessuali. Continuavo a lavorare su me stesso, non per cambiare orientamento sessuale, come ho già detto, ma per migliorare la qualità delle mie relazioni, ma percepivo che grazie a questo lavoro su me stesso stavo cambiando in qualche modo. Non stavo ancora vivendo delle attrazioni per le ragazze in senso strettamente sessuale, più una sorta di curiosità, perché per la prima volta nella mia vita stavo uscendo dalla simbiosi con loro, che poi è quella che avevo con mia madre. Questa curiosità mi ha portato poi inaspettatamente a baciarmi con una ragazza. Fu … strano. Sicuramente piacevole, la cosa che più mi ricordo è che ebbi reazioni fisiche, la cosa mi stupì, non me l’aspettavo! Li per la prima volta mi dissi: “Allora non è tutto già scritto!” Queste sensazioni fisiche si consolidarono sempre di più. Oggi sto stabilmente con una ragazza, da lei sono completamente attratto. Ritengo che questo sia frutto del nostro rapporto. Un rapporto basato sulla verità e sul dialogo. Questo ha permesso al mio potenziale eterosessuale di esprimersi in pienezza, tanto che dal prossimo anno saremo una famiglia.
Nella tua attività da psicologo segui il caso di molti ragazzi che nutrono la stessa crisi d’identità. Qual è la causa che accomuna le varie situazioni?
In realtà vorrei chiarire un punto della lettera. Io sono ancora relativamente giovane, sono laureato in psicologia ma ancora in formazione. In qualche modo collaboro ad alcune attività che rientrano nell’ambito dell’identità di genere, ma non mi occupo di questo in senso stretto. Non seguo quindi direttamente ragazzi omosessuali.
Cosa vuoi dire ai ragazzi omosessuali che leggeranno la tua intervista?
Vorrei dirgli che io non voglio cambiarli, ognuno è libero di vivere la vita come vuole. Lo dico senza retorica. Gli vorrei dire, però, di avere cura di loro, delle loro sofferenze e di non accettare compromessi ma cercare sempre la verità e la felicità. Anche se non è sempre facile.
Grazie Rita, di nuovo, a presto!