mercoledì 25 gennaio 2017

Ancora lei, signora Vergogna?

Eva nel Giardino dell'Eden di Anna Lea Merritt 
Cominciai a sentir bussare insistentemente. E chi sarà mai, con tale veemenza? Corsi ad aprire. E mi ritrovai di fronte a lei, ancora una volta. Non ci potevo credere, avevamo finito di parlare poco tempo prima.

Io: “Ancora lei? Ma allora è davvero infaticabile! Prego si accomodi, a che devo il piacere della visita?”

L’avevo già vista, parecchie volte. A volte bussava insistentemente, altre volte arrivava di soppiatto e senza chiedere il permesso si accomodava. Scura, con il cappuccio, lo sguardo basso. Sembrava molto sommessa, ma di potere ne aveva eccome. Era in grado di provocare scosse violente, percosse, e sensazioni simili a punture di spillo.

Vergogna: “Oh sì, mi scusi, sa, passavo di qua, e ho reputato di doverla mettere in guardia.”

Io: “Uff, sempre così sospettosa lei. Mi dica meglio: in guardia da cosa, stavolta?

Vergogna: “No beh, vede, le persone non sempre sono buone, o fanno e dicono realmente quello che pensano. Mentono. Commettiamo degli sbagli, fidandoci, a volte.”

Io: “Sì, questo è chiaro, ma non sia così vaga, la prego, qual è il problema questa volta?”
Vergogna: “Bene, ci provo. Mi riferisco a lui, quel tipo laggiù.”

Io: “Ma chi, Francesco? Ma no, di lui possiamo stare tranquilli. E’ un caro amico.”

Vergogna: “Non mi piacciono queste parole, e la certezza con cui le esprime. Non mi piacciono le certezze, lo sa.”

Io: “Sì, ne avevamo già parlato, non si tratta di certezze, però, vede, esiste una realtà, esistono dati oggettivi, una verità.”

Vergogna: “Non sto parlando di questo, si ricorda l’altro giorno? Francesco, dico, non si è degnato neanche di salutarlo, qualche giorno fa, dia retta a me, lasci stare, avrei dei consigli da darle.”
Io: “Se si tratta di consigli li ascolto.”

Vergogna: “Io penso che dovrebbe lasciar perdere, si soffre sempre in queste cose, non danno mai i risultati sperati. Si ricorda di suo padre…”

Io: “No, però, scusi, non è possibile, ogni volta che viene qui riparte con la storia di mio padre.”

Vergogna: “Sì, ha ragione, però è che lei dovrebbe aver imparato cose fondamentali, non crede? 
Invece lei mi combina sempre gli stessi sbagli.”

Io: “Cosa dovrei aver imparato?”

Vergogna: “Mah sì dai, lo sa, non vale la pena. Non c’è modo di recuperare, di non venire feriti. Lasci stare, venga con me, ancora una volta. Si fidi, l’amore è qualcosa di terribile, ci rende schiavi, vulnerabili. E’ chiaro, ascolti me, lei non è fatto né per dare né per ricevere amore. Ascolti, ho io la soluzione per lei.”

Io: “Sarebbe?”

Vergogna: “Andiamo via, non lo saluti neanche quel Francesco, l’ha ferita tante volte anche lui. Non sono sicura sia veramente suo amico. Si ricorda le belle parole che le diceva suo padre? Tutte cazzate, si fidi. Abbassi gli occhi, chini la testa, scappi via da qui. Ho io un altro mondo da mostrarle. E’ un mondo fantastico, lì non si soffre, lì nessuno può ferirla. E’ un modo sicuro, venga con me a Fantasia, c’è caldo lì, si ricorda?”

Io: “Guardi, signora Vergogna, comprendo anche il suo punto di vista, tante volte mi ha convinto, ma ormai sono sicuro. Io è qui che voglio stare. Non mi interessa Fantasia. E’ vero, qui c’è sofferenza, dolore, fatica, incomprensioni, spesso si piange. Però si ride, c’è anche molta gioia, complicità, sensazioni vere. Non so, Fantasia, non mi convince. E’ un posto sicuro, sì, ma è tutto così ovattato lì, mi sembra di non esistere. Detto ciò, mi scusi, vado a salutare Francesco.”

Vergogna: “No, la prego non lo faccia, le accadranno cose terribili, è troppo pericoloso.”

Feci qualche passo verso Francesco, e in quel momento Vergogna cominciò terribilmente a scatenarsi, cominciò a strillare, a muoversi tutta, provocò un terremoto, ma a me non interessava. Avevo scelto ormai. Non mi interessava né che con il terremoto quasi mi mancasse la terra sotto i piedi, né che stessi tremando anche io, tanto forte si agitava, né le sue parole di sottofondo, ora gridate con terribile cattiveria: “Allora non ci siamo capiti! Tu non comandi chiaro? Comando io, ho sempre comandato io! Tu sei mio schiavo! Mi fai schifo, lo fai a tutti. Ascolta queste parole: Tu non sei degno d’amore, chiaro? Dove credi di poter andare?”

Sapevo che se avessi provato a mandarla via, o mi fossi opposto, avrei scatenato in lei reazioni peggiori. Dovevo procedere, punto. Dovevo solo non permetterle di dirle chi ero e di impedirmi di agire come pensavo fosse meglio per me. Non avevo molte scelte, o quello che volevo fare io o andare con lei a Fantasia. E io avevo scelto da un bel pezzo il da farsi. Dovevo andare a salutare Francesco.

Ero lì, ad un passo, dovevo solo tirare fuori le parole, Francesco era impegnato in un'altra conversazione.

Vergogna: “Adesso basta, non provare a parlare, balbetterai, guarda in che stato sei, ti sembri una persona normale?”

Feci un respiro profondo: “Ciao Fra, come va?”
Francesco: “Oh, grande, non ti avevo visto, tutto bene e tu?”

Vergogna rimase ancora lì, insistette per un po’, con alcune sue vecchie strategie, tipo che Francesco non mi stesse dando le giuste attenzioni e altre cose. Non le prestavo più molta attenzione, a dire il vero. Parlare con Francesco era enormemente più interessante. Poi se ne andò.

 Io la ringraziai, davvero, per avermi dimostrato ancora una volta la mia libertà, la bellezza di donarsi e di andare oltre i propri limiti, e per avermi permesso di scegliere, ancora una volta, l’essenziale bellezza del reale, piuttosto che il mondo edulcorato ma ovattato di Fantasia.


Poi Vergogna se ne andò, era molto triste, aveva sempre avuto così tanto potere su quel ragazzo, da bambino, eppure ora non ci riusciva più. Perché, cosa stava succedendo? C’erano dei patti, sin dall’infanzia, che lei avrebbe governato, invece ora niente, le provava tutte. Non funzionavano. Rifletté ancora un po’ sul loro dialogo. Avrebbe trovato nuovi punti deboli, forse la storia del padre ormai era un po’ antica. 
No, lei proprio non ci riusciva a credere alla bellezza della vita, del reale, dell’amore. “Sarà mica che ho paura?” 
Allontanò quelle domande. Del resto non la pagavano per porsi domande. Lei eseguiva. 
Del capo, se capita, ne parliamo un’altra volta, ora c’è Francesco che mi aspetta. C’è la vita, là fuori, non voglio perdermela. Che dono meraviglioso, con o senza vergogna.