sabato 28 gennaio 2017

Lettera a un padre




Caro Papà,

è così che ti chiamano no? Ho scelto di scriverti due righe. Io non sono padre, mi auguro di esserlo, ma per ora non lo sono. La mia, forse, è una posizione facile. Forse le cose sono molto più complicate e difficili di quelle che io posso pensare. Solo che un giorno, il mio di padre, con una tenerezza disarmante mi ha detto: “A me nessuno certe cose me le aveva spiegate, ho fatto quello che pensavo fosse meglio, nessuno mi ha aiutato ad essere padre.” Allora ho pensato che forse alcune cose avrei comunque potute dirtele, senza la pretesa di insegnarti niente, ma di darti un aiuto, al massimo, e di darti qualche spunto utile in questo meraviglioso viaggio che è la paternità.

No, le cose non sono sempre automatiche, siamo egoisti, amico mio. Si è vero sangue del nostro sangue, ma quanta inadeguatezza all'inizio di fronte a quella piccola creatura, quanta paura e difficoltà nel mettersi al servizio: “Come si prende in braccio?”

Voglio sfatare, prima di tutto, alcuni miti. Molti credono che il nostro primo ruolo paterno, di guida verso la scelte dell’età adulta, si manifesti nell'età dell’adolescenza, in cui di fronte alle prime ribellioni dobbiamo indirizzare nostro figlio verso l’essere adulto. Questo è falso, arrivati all'adolescenza, il più è fatto, purtroppo. Anche se sempre si può provare a recuperare, per carità.

Vuoi sapere quali sono gli anni che maggiormente influenzeranno il successivo sviluppo del tuo bambino? Beh, la risposta, a mio avviso, è sorprendente, anche se forse l’hai già sentita, perché oggi queste informazioni si stanno diffondendo sempre di più, la fascia 0-3 anni. In queste fase, grazie al tuo supporto, a quello di tuo moglie e ad altri stimoli del mondo circostante, il bambino formerà la base della struttura del suo cervello, con cui farà i conti tutta la vita. Non voglio spaventarti, davvero, spesso lo siamo già abbastanza! Voglio, però, amico mio, che tu ne sia consapevole. Che tu capisca quale grande missione ti è stata data: il tuo comportamento influenzerà la crescita e la strutturazione del cervello di un’altra persona, che poi se lo porterà appresso tutta la vita, anche se con grande possibilità di modificarlo in base a varie esperienze. Quindi c’è da essere terrorizzati?  Oppure possiamo ritenerci soddisfatti di aver superato lo spauracchio. “Eh no, io ho passato quella fascia, quel che è fatto è fatto.”

No, non è questo il punto, è che in questa missione deve metterci tutto te stesso, davvero. Spesso la creatura che ci troviamo di fronte non è esattamente quella che ci aspettavamo. A volte, la nostra missione, è più gravosa di quello che pensavamo. Alcuni giorni sono complicati, con incomprensioni coniugali e bollette da pagare. Una corsa perenne. Poi non c’è un figlio solo. Cosa conta, cosa conta, davvero? 
Conta la tua intenzione, caro papà. Il tuo è un ruolo delicato, devi dare le regole, il senso del limite, ma ogni giorno coltiva dentro di te l’intenzione di volere bene al tuo bambino. A volte, forse, avrà delle reazioni per te inconcepibili, per la tua mente di adulto stanco. Ti salterà addosso per dirti che ha appena visto un nuovo cartone, si butterà a terra disperato perché è ora di andare a letto, strillerà come un ossesso perché il fratellino ha preso il suo gioco, con cui lui non gioca mai, tra l’altro. Educalo si, mostragli una strada migliore, supportalo nel gestire meglio le sue emozioni e nell'avere comportamenti migliori. Sii consapevole, però, che attraverso quello che farai in queste situazioni, il tuo bambino imparerà il modo di rapportarsi con la sua rabbia, con la sua tristezza, con il suo entusiasmo. Sapevi, per esempio, che sulla base di come farai tu, il tuo bambino si costruirà un modello che si porterà appresso quando si relazionerà col mondo? 

Non avere paura, guarda che lo so che, a volte, c’è da tagliare corto, che spesso uno strillo ci appare il modo migliore per superare quella sceneggiata. Lo capisco, davvero. Però, ti prego, poi torna dal tuo bambino. Non abbandonarlo con il suo dolore, non abbandonarlo nelle sue emozioni. Non abbandonarlo, da solo, a pensare che le sue emozioni non abbiano valore o siano sbagliate. Insegnagli che ai danni si ripara. Torna da lui, spiegagli che papà è stanco, che spesso è nervoso, che lui, il bambino dico, a volte prova rabbia e quindi si comporta così. Aiutalo a dare un nome a quello che prova, a costruirsi un modo interno coerente, in cui crollasse il mondo so che papà e mamma mi vogliono bene. Non è importante solo quello che diciamo, ma anche il come. Spesso queste cose di cui parliamo si registrano ad un livello non verbale, inconscio, e hanno un valore anche quando con nostro figlio ancora non possiamo dialogare. Un tono, uno sguardo possono ferire, possono terrorizzare la struttura fragile del bambino. Non importa, ripara, cerca di capire, sempre di più, come si sente il tuo bimbo. Per fare questo, vedi, anche tu devi lavorare un po’ sulla tua emotività, sul tuo mondo interiore. Come si fa? Ascoltati, cerca di ricordare un po’ in che modo si è costruito il tuo mondo interiore. Cosa ti succede quando ti arrabbi, sei triste o paura? Le conosci queste emozioni? Dove le provi nel corpo e, poi, cosa ci fai? Cosi ti suscita vederle negli altri, in tuo figlio? Non si tratta di un lavoro fine a se stesso, il bambino sulla base del tuo ordine emotivo, dirimerà il suo caos. Provaci.

Lo penso, sai? Penso che sarai un ottimo padre, devo solo lasciarti un po’ andare e togliere un po’ di sovrastrutture, permettendo così, a te e il tuo bambino di incontrarvi, di conoscervi davvero. Dona al tuo bambino una relazione più vera e onesta possibile. Io ho imparato a volere bene a mio padre, alla fine, ho capito che molte incomprensioni erano più dovute alla sua storia che a me in quanto persona, però, vedi, se mio padre avesse lavorato un po’ su questo di cui noi stiamo parlando, ci saremmo risparmiati un bel po’ di sofferenza. Entrambi. Lo so che ci sarebbero miliardi di altre cose. Sul rapporto con tua moglie, ad esempio, su come agire come coppia genitoriale. E moltissimo altro.

Volevo, però, solo farti arrivare questo come messaggio essenziale: caro papà, abbi cura delle emozioni di tuo figlio, aiutalo a capirle, dargli un nome e ordinarle. Non abbondarlo emotivamente, mai e poi mai, anche quando ti senti inadeguato, lui ha bisogno della tua presenza, non solo fisica ma emotiva. Abbi cura delle tue, poi, non permettere che influenzino troppo la tua capacità di conoscere tuo figlio, per quello che è. I bambini hanno bisogno di essere amati e rispettati, non gestiti.

Ti abbraccio.

Buon cammino verso la paternità e la felicità

Joseph Marlin

mercoledì 25 gennaio 2017

Ancora lei, signora Vergogna?

Eva nel Giardino dell'Eden di Anna Lea Merritt 
Cominciai a sentir bussare insistentemente. E chi sarà mai, con tale veemenza? Corsi ad aprire. E mi ritrovai di fronte a lei, ancora una volta. Non ci potevo credere, avevamo finito di parlare poco tempo prima.

Io: “Ancora lei? Ma allora è davvero infaticabile! Prego si accomodi, a che devo il piacere della visita?”

L’avevo già vista, parecchie volte. A volte bussava insistentemente, altre volte arrivava di soppiatto e senza chiedere il permesso si accomodava. Scura, con il cappuccio, lo sguardo basso. Sembrava molto sommessa, ma di potere ne aveva eccome. Era in grado di provocare scosse violente, percosse, e sensazioni simili a punture di spillo.

Vergogna: “Oh sì, mi scusi, sa, passavo di qua, e ho reputato di doverla mettere in guardia.”

Io: “Uff, sempre così sospettosa lei. Mi dica meglio: in guardia da cosa, stavolta?

Vergogna: “No beh, vede, le persone non sempre sono buone, o fanno e dicono realmente quello che pensano. Mentono. Commettiamo degli sbagli, fidandoci, a volte.”

Io: “Sì, questo è chiaro, ma non sia così vaga, la prego, qual è il problema questa volta?”
Vergogna: “Bene, ci provo. Mi riferisco a lui, quel tipo laggiù.”

Io: “Ma chi, Francesco? Ma no, di lui possiamo stare tranquilli. E’ un caro amico.”

Vergogna: “Non mi piacciono queste parole, e la certezza con cui le esprime. Non mi piacciono le certezze, lo sa.”

Io: “Sì, ne avevamo già parlato, non si tratta di certezze, però, vede, esiste una realtà, esistono dati oggettivi, una verità.”

Vergogna: “Non sto parlando di questo, si ricorda l’altro giorno? Francesco, dico, non si è degnato neanche di salutarlo, qualche giorno fa, dia retta a me, lasci stare, avrei dei consigli da darle.”
Io: “Se si tratta di consigli li ascolto.”

Vergogna: “Io penso che dovrebbe lasciar perdere, si soffre sempre in queste cose, non danno mai i risultati sperati. Si ricorda di suo padre…”

Io: “No, però, scusi, non è possibile, ogni volta che viene qui riparte con la storia di mio padre.”

Vergogna: “Sì, ha ragione, però è che lei dovrebbe aver imparato cose fondamentali, non crede? 
Invece lei mi combina sempre gli stessi sbagli.”

Io: “Cosa dovrei aver imparato?”

Vergogna: “Mah sì dai, lo sa, non vale la pena. Non c’è modo di recuperare, di non venire feriti. Lasci stare, venga con me, ancora una volta. Si fidi, l’amore è qualcosa di terribile, ci rende schiavi, vulnerabili. E’ chiaro, ascolti me, lei non è fatto né per dare né per ricevere amore. Ascolti, ho io la soluzione per lei.”

Io: “Sarebbe?”

Vergogna: “Andiamo via, non lo saluti neanche quel Francesco, l’ha ferita tante volte anche lui. Non sono sicura sia veramente suo amico. Si ricorda le belle parole che le diceva suo padre? Tutte cazzate, si fidi. Abbassi gli occhi, chini la testa, scappi via da qui. Ho io un altro mondo da mostrarle. E’ un mondo fantastico, lì non si soffre, lì nessuno può ferirla. E’ un modo sicuro, venga con me a Fantasia, c’è caldo lì, si ricorda?”

Io: “Guardi, signora Vergogna, comprendo anche il suo punto di vista, tante volte mi ha convinto, ma ormai sono sicuro. Io è qui che voglio stare. Non mi interessa Fantasia. E’ vero, qui c’è sofferenza, dolore, fatica, incomprensioni, spesso si piange. Però si ride, c’è anche molta gioia, complicità, sensazioni vere. Non so, Fantasia, non mi convince. E’ un posto sicuro, sì, ma è tutto così ovattato lì, mi sembra di non esistere. Detto ciò, mi scusi, vado a salutare Francesco.”

Vergogna: “No, la prego non lo faccia, le accadranno cose terribili, è troppo pericoloso.”

Feci qualche passo verso Francesco, e in quel momento Vergogna cominciò terribilmente a scatenarsi, cominciò a strillare, a muoversi tutta, provocò un terremoto, ma a me non interessava. Avevo scelto ormai. Non mi interessava né che con il terremoto quasi mi mancasse la terra sotto i piedi, né che stessi tremando anche io, tanto forte si agitava, né le sue parole di sottofondo, ora gridate con terribile cattiveria: “Allora non ci siamo capiti! Tu non comandi chiaro? Comando io, ho sempre comandato io! Tu sei mio schiavo! Mi fai schifo, lo fai a tutti. Ascolta queste parole: Tu non sei degno d’amore, chiaro? Dove credi di poter andare?”

Sapevo che se avessi provato a mandarla via, o mi fossi opposto, avrei scatenato in lei reazioni peggiori. Dovevo procedere, punto. Dovevo solo non permetterle di dirle chi ero e di impedirmi di agire come pensavo fosse meglio per me. Non avevo molte scelte, o quello che volevo fare io o andare con lei a Fantasia. E io avevo scelto da un bel pezzo il da farsi. Dovevo andare a salutare Francesco.

Ero lì, ad un passo, dovevo solo tirare fuori le parole, Francesco era impegnato in un'altra conversazione.

Vergogna: “Adesso basta, non provare a parlare, balbetterai, guarda in che stato sei, ti sembri una persona normale?”

Feci un respiro profondo: “Ciao Fra, come va?”
Francesco: “Oh, grande, non ti avevo visto, tutto bene e tu?”

Vergogna rimase ancora lì, insistette per un po’, con alcune sue vecchie strategie, tipo che Francesco non mi stesse dando le giuste attenzioni e altre cose. Non le prestavo più molta attenzione, a dire il vero. Parlare con Francesco era enormemente più interessante. Poi se ne andò.

 Io la ringraziai, davvero, per avermi dimostrato ancora una volta la mia libertà, la bellezza di donarsi e di andare oltre i propri limiti, e per avermi permesso di scegliere, ancora una volta, l’essenziale bellezza del reale, piuttosto che il mondo edulcorato ma ovattato di Fantasia.


Poi Vergogna se ne andò, era molto triste, aveva sempre avuto così tanto potere su quel ragazzo, da bambino, eppure ora non ci riusciva più. Perché, cosa stava succedendo? C’erano dei patti, sin dall’infanzia, che lei avrebbe governato, invece ora niente, le provava tutte. Non funzionavano. Rifletté ancora un po’ sul loro dialogo. Avrebbe trovato nuovi punti deboli, forse la storia del padre ormai era un po’ antica. 
No, lei proprio non ci riusciva a credere alla bellezza della vita, del reale, dell’amore. “Sarà mica che ho paura?” 
Allontanò quelle domande. Del resto non la pagavano per porsi domande. Lei eseguiva. 
Del capo, se capita, ne parliamo un’altra volta, ora c’è Francesco che mi aspetta. C’è la vita, là fuori, non voglio perdermela. Che dono meraviglioso, con o senza vergogna.

sabato 14 gennaio 2017

Citazioni dal Libro "Identità di genere", Joseph Nicolosi/2

Continuiamo con le citazioni di questo libro che raccontano l'esperienza di uomini che con coraggio e tenerezza cercano di riassemblare i pezzi della propria identità e di mettersi in cammino verso la propria mascolinità.

Citazioni dal Libro Identità di genere, Joseph Nicolosi/2


Dipendenza sessuale e tristezza

"Accettare la realtà traumatica del fatto che i genitori non l'avevano mai "visto" ha portato un diciottenne, intrappolato in un ciclo ripetitivo di atti sessuali, ad ammettere che il doloroso lavoro emotivo della terapia era meglio che rimanere fissato in un ciclo senza fine di fantasie riguardo ad altri uomini. "Preferisco piangere", ha detto, "che continuare a masturbarmi"."

Joseph Nicolosi, Identità di genere.


Vergogna e vicinanza con altri uomini

"Un cliente spiega la frustrazione (...):
Non riesco mai ad avvicinarmi abbastanza al corpo maschile. Per quanto io gli sia vicino, non mi basta mai. Fantastico su cose elaborate e impossibili che mi permettano di stare più vicino a un uomo di quanto sia possibile nella realtà. Voglio essere la calza sul suo piede; voglio essere la camicia sulla sua schiena...e ancora non è abbastanza. Voglio essere il tatuaggio sulla sua pelle, voglio essere dentro il pene dell'altro uomo. E ancora non è abbastanza vicino! Non funziona. Cerco di ottenere da un altro uomo quello che sento che manca in me.
Compenso il mio dolore con lo sfogo sessuale, ma in fondo capisco che non riesco mai a essere abbastanza vicino! Neanche nella fantasia, neanche potenziandola con la masturbazione. Non riesco mai ad avvicinarmi abbastanza per cancellare il mio dolore di essere separato da, altro da, inferiore a gli altri uomini.
Perchè non riesco ad avvicinarmi abbastanza? Vergogna. Vergogna di desiderare di essere così vicino. Questo intenso desiderio è ciò che mi separa dagli altri uomini. La vergogna è il mio nemico. Il mio nemico non è l'omosessualità; il mio nemico è la vergogna."


Joseph Nicolosi, Identità di genere


Attrazione e consapevolezza

Un tale ha detto:
"Quando vedo un ragazzo attraente, la mia prima reazione viscerale è un impulso sessuale. Pensandoci più a fondo, il desiderio profondo è: "Vorrei conoscerlo, scommetto che potrebbe insegnarmi la mascolinità."
Un esempio di questo bisogno autentico, sotterraneo, è espresso da un cliente di trentasei anni:
"Stavo tornando a casa in macchina, l'altra sera. Davanti a me c'erano due ragazzi, ventenni, in bicicletta. E mi hanno sconvolto sessualmente. Sono arrivato a immaginare di fare sesso a tre con tutti e due. Poi ho detto: "Aspetta! Cosa sto facendo? Da che cosa sono veramente attratto?". Mi sono ripreso e mi sono reso conto che quello che volevo era essere con loro, andare in bicicletta con loro, parlare, ridere. Quello che volevo in realtà era essere uno di loro. Non ho mai fatto cose così quando avevo la loro età".


Joseph Nicolosi, Identità di genere


Le occasione perdute

"Affrontando le perdite della propria vita e il desiderio recente di vera intimità, un uomo ha confessato:
Sono triste che le cose siano andate così per me. Anche ora, ogni volta che vedo un padre con un figlio piccolo, sento che voglio essere quel bambino. E' sempre la stessa pugnalata, una nostalgia profonda, una fame...così profonda.
Sono triste per tutto il tempo che ho perso nella vita, triste per quello che ero. Debole, spaventato, negativo, molto critico verso me stesso, invidioso degli altri ragazzi e solitario mentre gli altri si divertivano. Ho perso un sacco di occasioni. Non ho vissuto come avrei potuto e quando ne parlo ora, penso: "Che tragica perdita di tempo!". Che illusione è pensare di poter risolvere tutto questo con un altro ragazzo."


Joseph Nicolosi, Identità di genere


Vergogna e comprensione terapeutica

A un certo punto della terapia, un paziente ha provato pienamente la vergogna con il sostegno e la comprensione del terapeuta e, alla fine, l'ha messa da parte. Messa via la parte più profonda della sua vergogna gli si è aperta una nuova vita, caratterizzata da aspirazioni più mature e speranze realistiche:
Ho imparato che il potere dell'immagine maschile non sta in quello che lui è, ma in quello che non sono io. E io posso andare a inseguire la distrazione di quello che è lui, o affrontare la realtà dolorosa di quello che non sono io.
Per la prima volta nella mia vita non sto scappando da me stesso. Sto provando com'è non provare vergogna. E' fantastico andare in giro e non provare vergogna!


Joseph Nicolosi, Identità di genere


Dolore e Omosessualità

"Un uomo ha spiegato:
L'elaborazione del lutto mi permette di generare la mia vera, autentica, profonda tristezza-di sentirmi ferito, abbandonato-tutta la solitudine che non ho potuto esplorare da bambino. Ero spesso molto triste; mi sentivo solo in mezzo a una grande famiglia e credevo di non avere il diritto di esprimere i miei veri sentimenti di tristezza quando venivo ferito.
Mi sembrava di ricevere il messaggio che non avevo voce e di non provare neanche a parlare perché i miei sentimenti sarebbero stati screditati. Nell'elaborazione del lutto sono in grado di rivivere quell'orrore e di sperimentarlo in un ambiente sano invece che seppellirlo e negarlo e temerlo. Ora lo sto elaborando in un modo sano. Ora so che siamo fatti per provare il dolore e non per seppellirlo.
Quando sento il dolore, il mio bisogno di usare l'omosessualità per coprirlo è molto molto meno intenso."


Joseph Nicolosi, Identità di genere



venerdì 6 gennaio 2017

Intervista a Joseph Marlin

Ripubblico quest'intervista di qualche tempo fa, ad opera di Rita Sberna. E' stata per me un'occasione importante di spiegare meglio il mio punto di vista e la mia esperienza per quanto riguarda l'omosessualità. E' strano rileggermi, è strano rivedermi nelle varie cose che racconto bambino, adolescente, cosi sicuro delle varie scelte che intraprendevo, della mia identità. E capire oggi, quanto in realtà fossi solo, spaventato, desideroso di un amore che non conoscevo. E' strano ripensare a tutto il percorso. Alle scelte e ai fallimenti quotidiani. E' lì che si affaccia in me quella calda sensazione del cuore. Com'è che si chiamava? Ah si, la grande assente del nostro tempo. Gratitudine, ecco non mi veniva. Buona lettura! 

Intervista a Joseph Marlin



In quest’intervista esclusiva parleremo di omosessualità e di identità di genere, e lo faremo con un ragazzo che ha deciso di scrivere nel suo blog, una lettera aperta agli omosessuali, lo chiameremo con il suo pseudonimo: Joseph Marlin.
Joseph ha sempre creduto di essere un omosessuale, ma dopo aver cominciato a fare ordine nella sua vita, ha ritrovato se stesso, la sua vera identità. Oggi fa lo psicologo ed aiuta quei ragazzi che come lui, hanno un problema ed una crisi con la propria identità.
Joseph Marlin tra non molto, sposerà la sua attuale ragazza.
Cos’è che ti ha spinto a scrivere una lettera agli omosessuali?
Prima di tutto vorrei ringraziarti per questa opportunità che mi dai di spiegare meglio delle cose delle mia testimonianza e di parlare del mio punto di vista. Ho voluto scrivere questa lettera per raccontare la mia esperienza di vita e poter magari essere d’aiuto a qualcuno che poteva ritrovarsi nelle dinamiche che ho vissuto. Penso non sia facile essere omosessuali: si vive molta sofferenza e solitudine spesso all’interno della famiglia e successivamente anche nelle relazioni con gli altri. A mio parere non solo per colpa della società omofoba. Io ho sofferto molto ma oggi mi sento di camminare verso la felicità. Volevo offrire degli spunti di riflessione e aprire un canale in cui accogliere in un modo diverso la sofferenza di queste persone che non sia il semplice: “Accettati cosi come sei e vivi la tua vita.” A me questo non è bastato.
Nella lettera dici di aver saputo da sempre di essere gay ma di non aver pensato mai di essere etero. Cosa ti faceva pensare di essere gay?
L’ho sempre saputo nel senso che è vero che da bambino non avevo un’idea chiara dell’omosessualità in generale ma dentro di me sentivo di essere diverso. Sentivo di non essere come tutti gli altri bambini che giocavano tra di loro e si azzuffavano anche solo per scherzare. Io non mi sono mai sentito di fare un certo tipo di giochi e la mia sensibilità mi portava a stare per lo più con le bambine. Da più grandicello poi cominciai a vivere verso i miei coetanei una vera attrazione sia affettiva che sessuale. Era qualcosa che mi provocava sia reazioni fisiche in molte situazioni ma sia anche un desiderio di intimità e dolcezza con alcuni ragazzi. La voglia di essere abbracciato e tenuto per mano. Fantasticavo sessualmente solo sui ragazzi. Insomma avevo voglia di amare e di essere amato da persone del mio stesso sesso, mentre i miei amici vivevano le loro prime esperienze con le ragazze.
Fu proprio alle scuole medie che ti accorgesti di provare attrazione verso il sesso maschile?
Si esattamente. In particolare mi ricordo un ragazzo della mia classe, un tipo molto estroverso e un po’ bulletto. Fu per lui che percepii le prime sensazioni fisiche, anche solo standogli vicino. Comunque non fu una grande sorpresa per me, ma più una conferma, finalmente potevo dare un nome a quella diversità: omosessualità. Cosi la vivevo all’epoca. Ne parlai con lo psicologo della scuola e lui mi disse: “Non c’è alcun problema, questo è l’indirizzo dell’Arcigay li puoi trovare persone come te.” Ero un bambino, avevo 12 anni.
Durante gli anni del liceo, qualcosa cominciò a cambiare: la prima “cotta” verso un ragazzo e i primi dubbi. Raccontaci!
O beh sì, mi innamorai. Pensavo continuamente a questo ragazzo, volevo sempre stargli accanto e desideravo sempre che lui mi considerasse. Però non so, c’era come qualcosa che non mi tornava, questo desiderio che provavo per lui era qualcosa di profondamente doloroso, provavo sicuramente un grande affetto per lui e anche una forte attrazione fisica, ma c’era un’invidia di fondo che mi lacerava, era come se la sua immagine e la sua persona mi dicessero: “Io sono tutto quello che tu non sei e non sarai mai.” Mi aspettavo poi di essere come autorizzato da lui a stare con gli altri maschi della classe e se questo non avveniva cadevo in degli stati di vergogna e tristezza molto forti che non mi permettevano di stare a mio agio in gruppo, con i maschi. Cioè più che non mi permettevano di stare a mio agio, non mi permettevano proprio di stare in gruppo. Fu un periodo molto duro per me, poi decisi di fare il cosiddetto coming-out, cominciai a frequentarmi con un altro ragazzo, mi sembrava di stare finalmente costruendo qualcosa di positivo per me. Anche lì però quelle sensazioni sgradevoli di invidia, vergogna e tristezza in alcuni momenti riemergevano.
Decidesti di andare da un psico-terapeuta, e proprio in quell’occasione, scopristi che l’origine di questa crisi d’identità dipendeva da una mancata relazione con i tuoi genitori, durante l’infanzia.
Esatto, decisi quindi di lavorare su me stesso, sulle mie relazioni e sulle dinamiche familiari. Non volevo cambiare orientamento sessuale ma cercavo solo una maggiore stabilità. Questo lavoro su me stesso mi ha portato spontaneamente ad esplorare un potenziale che c’era in me ma che non avevo mai considerato.
Pensi che dietro all’omosessualità ci sia sempre una crisi, una delusione, un trauma avvenuto durante l’infanzia?
Non so rispondere a questa domanda. Non ci sono dati scientifici certi su questo. Per la mia esperienza si, centrale è stata la qualità della relazione anche precoce con i miei genitori, ma anche quella che ho sviluppato successivamente con i miei coetanei. Queste problematiche l’ho riscontrate in diverse persone che ho conosciuto quando ho frequentato un po’ l’ambiente omosessuale. Devo essere onesto non in tutti, almeno in come hanno risposto alle mie domande, poi non ho avuto modo di verificarlo o approfondirlo. In generale, anche dai miei studi di psicologia, comunque, non si può negare che la qualità delle relazioni che si instaurano con i genitori influenzano molto l’identità, in generale, anche per caratteristiche importanti. La mia domanda che rivolgo magari a qualche psicologo che leggerà l’intervista è: perché per l’omosessualità va escluso a priori il ruolo delle relazioni in famiglia?
Cos’è per te l’omosessualità?
L’omosessualità come tutti sanno è provare attrazione sentimentale e sessuale per persone dello stesso sesso. Nell’omosessualità viene spesso solo considerato l’orientamento sessuale. Io aggiungerei che l’orientamento sessuale in psicologia si associa anche ad altri fattori che insieme formano la sessualità di un individuo. Tra questi fattori vi sono anche l’identità di genere e il ruolo di genere. Insieme questi due fattori determinano il senso di appartenenza a un genere (maschile e femminile) e l’adattamento sociale a tratti che si riconoscono o meno come preponderanti per quel genere. Nello sviluppo dell’identità di genere diversi autori ci descrivono come centrale sia il ruolo della relazione precoce con la madre e, nei maschi, gioca un ruolo cruciale anche la successiva identificazione con il padre. Io credo che l’omosessualità vada ancora discussa bene e che definirla una variante normale del comportamento umano e smettere di approfondire la ricerca sia riduttivo. Non perché non sia normale o bisogna guarirla, ma perché l’essere umano è complesso, la sessualità è una cosa complessa. Per quasi tutto quello che ho studiato in psicologia, dai tratti del carattere alle psicopatologie si dice che la causa sia un mix di fattori genetici e ambientali e si cerca di approfondire sempre di più quali sono questi fattori e come interagiscono tra loro. Perché per l’omosessualità dovremmo fermarci e dire: “Come io ho gli occhi blu, tu li hai neri.”? Mi sembra una visione riduttiva e mi sembra si respiri in buona parte della psicologia attuale.
Cos’hai provato, la prima volta che baciasti una ragazza?
Uhm allora, cerchiamo di ricordarci. In quel periodo stavo scoprendo un nuovo senso di appartenenza al genere maschile, un potere più forte nelle relazioni, una riduzione della paura e della vergogna di fronte a altri uomini e anche una riduzione delle attrazioni omosessuali. Continuavo a lavorare su me stesso, non per cambiare orientamento sessuale, come ho già detto, ma per migliorare la qualità delle mie relazioni, ma percepivo che grazie a questo lavoro su me stesso stavo cambiando in qualche modo. Non stavo ancora vivendo delle attrazioni per le ragazze in senso strettamente sessuale, più una sorta di curiosità, perché per la prima volta nella mia vita stavo uscendo dalla simbiosi con loro, che poi è quella che avevo con mia madre. Questa curiosità mi ha portato poi inaspettatamente a baciarmi con una ragazza. Fu … strano. Sicuramente piacevole, la cosa che più mi ricordo è che ebbi reazioni fisiche, la cosa mi stupì, non me l’aspettavo! Li per la prima volta mi dissi: “Allora non è tutto già scritto!” Queste sensazioni fisiche si consolidarono sempre di più. Oggi sto stabilmente con una ragazza, da lei sono completamente attratto. Ritengo che questo sia frutto del nostro rapporto. Un rapporto basato sulla verità e sul dialogo. Questo ha permesso al mio potenziale eterosessuale di esprimersi in pienezza, tanto che dal prossimo anno saremo una famiglia.
Nella tua attività da psicologo segui il caso di molti ragazzi che nutrono la stessa crisi d’identità. Qual è la causa che accomuna le varie situazioni?
In realtà vorrei chiarire un punto della lettera. Io sono ancora relativamente giovane, sono laureato in psicologia ma ancora in formazione. In qualche modo collaboro ad alcune attività che rientrano nell’ambito dell’identità di genere, ma non mi occupo di questo in senso stretto. Non seguo quindi direttamente ragazzi omosessuali.
Cosa vuoi dire ai ragazzi omosessuali che leggeranno la tua intervista?
Vorrei dirgli che io non voglio cambiarli, ognuno è libero di vivere la vita come vuole. Lo dico senza retorica. Gli vorrei dire, però, di avere cura di loro, delle loro sofferenze e di non accettare compromessi ma cercare sempre la verità e la felicità. Anche se non è sempre facile.
Grazie Rita, di nuovo, a presto!

martedì 3 gennaio 2017

Testimonianza di Marco Newman







Ripubblico questa testimonianza firmata Marco Newman che potete trovare qui, sul forum di omosessualitaeidentita.blogspot.com .
Ringrazio Marco per la sua bellissime parole, in cui appare chiaramente un cammino di crescita faticoso e continuo, ma bello, vero e che porta frutti. La ripubblico perchè, spesso, di queste testimonianze come la mia, ci si sofferma solo sul lieto fine. Sul matrimonio, sul rapporto con una donna. Qui, invece, è evidente che c'è molto altro, la ricchezza di un rapporto d'amicizia che ridona la dignità perduta e quel senso di appartenenza che ci permette di camminare verso l'età adulta. Un cammino che permette di lavorare sull'egoismo e la superbia. Sulla vergogna. Poi, si, il matrimonio può essere uno dei possibili finali (o inizi?) ma non l'unico. Grazie Marco per queste tue belle parole. Un abbraccio a lui, ma anche a tutti voi. Che tutti noi possiamo approcciarci a questo "splendido percorso di crescita". Eccola, per voi:

Riguardando indietro, a volte, non riesco a credere a come si è dispiegata la mia vita. Da adolescente con crisi di panico, chiuso in sé stesso e ripiegato sui propri problemi, a uomo di 30 anni sposato e felice. 
Devo dire che il mio percorso di crescita è stato lungo, a volte incerto, non certo poco faticoso, ma mi ha permesso, credo, di diventare una persona migliore. L'attrazione per persone dello stesso sesso, è stata per me la grande occasione di crescita verso l'età adulta. L'egoismo e la superbia, che devo dire ancora sperimento ma che cerco di tenere a bada, combinate con altri fattori, mi avevano distaccato dal mondo maschile, al quale tanto volevo appartenere. Tanto da desiderare sessualmente tutto quello che volevo essere: un uomo sicuro di se, stimato e ammirato dagli altri. Il ragazzo di cui ero innamorato era proprio cosi. 
Dopo una grande crisi dove sono stato scosso "fino alle fondamenta" ho provato a ricostruire su basi sicure, la salvezza è stata una semplice e banale amicizia maschile : un amico eterosessuale che, a conoscenza dei miei lati oscuri, mi è stato comunque amico, conducendomi per mano in quel mondo dal quella ero distaccato e verso il quale erto tremendamente attratto. 
Questa è stata un'esperienza fondante, qui mi sono sentito finalmente Uomo. Anche mi fossi portato a letto tutti gli uomini di questo mondo non mi sarei comunque sentito così. Da questa amicizia ho imparato una cosa semplice e per me sconvolgente, cioè che gli altri uomini sono come me, fratelli in questo mondo a volte difficile, compagni nella lotta alla conquista della nostra mascolinità e di un posto per noi. Quando ora approccio con il genere maschile non ho maschere, o filtri, sono spontaneo, sicuro, sono uno di noi. 
Oltretutto sono stato anche tanto amato dalla mia attuale moglie, che ha avuto tanta pazienza e mi ha sopportato nei periodi difficili. Ora però siamo felicemente sposato e abbiamo una figlia stupenda, frutto di una vita sessuale e affettiva più che soddisfacente! A chi sta per approcciare a questo splendido percorso di crescita auguro di trovare delle sane amicizie maschili con cui diventare uomini e una Donna come la mia che con la sua tenerezza vi faccia venire voglia di proteggerla e di essere per lei l'uomo della sua vita!


Marco Newman