sabato 31 dicembre 2016

Citazioni dal Libro "Identità di genere", Joseph Nicolosi

Fine anno, quindi. Quel momento quasi mistico che segna la fine di qualcosa e l’inizio dell’ignoto. “Ho due chiavi per la stessa porta: per aprire il coraggio e la paura”, canta Jovanotti, ed è importante, per me, scegliere come vogliamo entrare nell’anno nuovo e rinnovare questa scelta quotidianamente. Sì vabbè, lo so, non cito mai grandi autori musicali, ma questa è la mia cultura musicale. Per ora in tutto il blog, se non sbaglio, abbiamo citazioni di Povia, Ligabue e ora Jovanotti. Scarsa, direi. Scarsissima.

Piccola divagazione a parte, in seguito alle polemiche degli ultimi giorni, relativamente al mio post “Omosessualità, un grido d’appello”, ho scelto di scrivere due righe per puntualizzare alcuni punti, principalmente due. Questi punti, infatti, sono risultati ostici anche, diciamo, al fronte anti-gender (per semplificare) e mi sembrava opportuno provare a esprimere meglio il mio punto di vista rispetto ad alcune affermazioni. Perdonatemi, quindi, stavolta sarò un pochino più noioso e meno emozionante, probabilmente.

Veniamo al sodo: i punti più critici sono stati l’accenno alla genetica e l’utilizzo del termine identità di genere.

Sulla genetica, mi riservo di tornarci, potete comunque trovare informazioni sul mio punto di vista in questo post.

Per quanto riguarda l’utilizzo del termine “identità di genere”, anche qui capisco che il momento storico in cui siamo inseriti, la strumentalizzazione del linguaggio da più parti, non aiuta a capirci.

Ho scelto, quindi, di trarre spunto da un libro. Libro fondamentale per me, ricco, e di cui consiglio la lettura integrale. Guarda un po’ il libro si chiama proprio “Identità di genere, manuale di orientamento.” Autore, l’amato/odiato Joseph Nicolosi. E’ evidente, quindi, che il problema non è nel termine in sé “identità di genere”, visto che può essere utilizzato per sostenere visioni diverse, ma dall'utilizzo che ne viene fatto. La cosa più interessante di questo libro, a mio avviso, è che in più pagine si dà voce alle esperienze dirette dei pazienti, al loro mondo interiore e alla loro visione delle cose. Ci tengo a precisare che questo post non mi identifica come un sostenitore a tutto tondo di Joseph Nicolosi. Non entro infatti nel merito del suo modello, che a tratti mi sembra semplicistico, e neanche della cosiddetta terapia riparativa che, ad oggi, non sono ancora riuscito bene a capire su cosa si differenzierebbe da una buona terapia che senza preconcetti scavi nell'inconscio e fornisca strumenti per relazionarsi nel presente senza i modelli ripetitivi del passato.  Mamma mia, quanto sono lungo nelle introduzioni. Il centro di questo post, comunque, è semplicemente riunire qui una serie di citazioni, da me già inserite su Facebook, in cui si dà voce diretta ai pazienti e al loro vissuto. Perché lo faccio? Perché il cammino verso il superamento di eventuali ferite infantili è lungo, quotidiano. A volte ci si sente soli. E allora, tutti quelli che vogliono possono tornare qui, rileggersi qualcuna di queste righe. Penso poi che vada dato spazio a queste esperienze, che per parlare delle cose e schierarsi pro/contro terapia riparativa sia necessario capire un minimo di che si parla. Ecco qui, provo, quindi, ci siamo, diamo voce a loro, al coraggio e alla tenerezza, di uomini che quotidianamente lottano, faticano e cercano la propria mascolinità. Buona lettura, Buon anno. Pensiamoci un po’ alla storia delle chiavi. Buon cammino.

A presto
Joseph Marlin


Citazioni dal Libro Identità di genere, Joseph Nicolosi



Rapporto con il padre e con la perdita


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"Sul suo diario, un giovane ammette realisticamente quello che ha perso e spiega come è venuto a patti con la perdita:
Papà non è riuscito a darmi una cosa essenziale. Non mi ha bollato, segnato con qualcosa che gli altri ragazzi hanno; mi manca quel segno di convalida. Sono diverso, so che mi manca qualcosa.
Non mi ha dato qualcosa che gli altri uomini hanno ricevuto e per questo sento una perdita.
Posso aver successo negli sport, svolgere compiti, fare un lavoro, andare in ufficio, entrare in terapia, relazionarmi con i ragazzi, ma non avrò mai, mai veramente quello che mi è mancato. Non lo dico con rabbia o disperazione. Posso vivere senza questa cosa che mi manca, ma non mi distruggerà o spingerà a passare all'atto omosessuale. E' scomoda, ma non deve necessariamente controllarmi. Ma saprò sempre che c'è e ora anche da dove è arrivata.
Prima, il rifiuto di accettare che "qualcosa mancava" era all'origine dell'impulso omosessuale. Il mio rifiuto di accettare quella mancanza ha creato la falsa speranza che qualche uomo, un giorno, mi avrebbe dato quello che io non avevo.
Gli altri uomini possono darmi qualcosa che mi permette di convivere bene con la mancanza; questo lo so. Ora, cerco un tipo diverso di abbraccio."

Joseph Nicolosi, Identità di genere

Connessione emotiva e sesso gay

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"Deluso dal sesso gay, un altro cliente mi ha parlato di un momento della sua adolescenza che riassume la semplice essenza di quello che in realtà cercava negli uomini: 
Jim e io avevamo sciato tutto il giorno. Alla sera avevamo fame e ci siamo seduti a un tavolo di legno, l'uno davanti all'altro. Mentre mangiavamo la pizza e bevevamo la cioccolata calda, c'era tra noi una silenziosa comprensione e accettazione. Non dovevo preoccuparmi di dire qualcosa di divertente, di intelligente o di tirar fuori la battuta giusta. In realtà, non c'era neanche bisogno che parlassi, mi sentivo apprezzato solo per il fatto di essere lì e di essere me stesso.
Durante quel semplice pasto, abbiamo condiviso molto più della pizza. Ci sentivamo vicini come fratelli, autenticamente in contatto. Al massimo avremmo detto "è buona". Ma il nostro semplice silenzio in qualche modo parlava molto più profondamente di come ci stavamo relazionando cuore a cuore da uomo a uomo. Quando ripenso a quella sera, mi rendo conto di quanto siano importanti e di quanto desidero i momenti di connessione emotiva come quello; è una specie di silenziosa comprensione, una compagnia tra uomini che è così difficile da spiegare, ma così vitale."

Joseph Nicolosi - Identità di genere

Il centro del mio petto

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L'uomo che lotta, gradualmente sviluppa un senso di padronanza di sé, descritto cosi da un cliente:
L'altra sera mi è venuta voglia di fantasticare sugli uomini: Mi sono chiesto. Qual è il sentimento al centro del mio petto, che cosa mi sta dicendo? Ho paura. Paura di cosa? Voglio protezione, conforto. Ma protezione da cosa?
Una cosa è chiara, ora che sono arrivato fin qui: il comportamento sessuale è una conseguenza del fatto che io mi sento "meno" degli altri uomini. E' quello che succede quando ripeto quella voce negativa su di me. E' sorprendente come mi sia facile sentirmi male con me stesso. Poi mi ricordo: ah, eccola qui ancora quella voce che mi dice che sono debole. Ma il sesso con gli uomini è solo una pseudo-assertività: è il seme che nasce dal terreno della vergogna.
Il mio impulso omosessuale segnala che ho appena saltato una lezione di assertività. Devo tenere il dito sul... (si tocca il centro del petto), come il bambino olandese, che teneva il dito nel buco della diga. Se non lo faccio, ci sarà una devastazione. Devo essere deciso su questo: in passato ho scelto di non affrontare i miei problemi, di non pensare a quello che mi faceva male, finché non era troppo tardi, dopo che ero passato all'atto.

Joseph Nicolosi, Identità di genere


Sono abbastanza uomo

Liberata dal potere dominante del lutto e delle difese che suscita, una nuova identità emerge per l'uomo che la cerca.
E' il vero sé dotato di genere che comporta la capacità di una sana intimità maschile, che dona una silenziosa, ma certa convinzione: Sono abbastanza uomo. E riduce profondamente e sempre di più il potere illusorio dell'omosessualità.

Joseph Nicolosi, Identità di genere








venerdì 23 dicembre 2016

L'angoscia del Natale





E poi sono tornato a casa. C’è l’albero. Il presepe. Ci sono i miei. I miei fratelli. La casa in cui sono cresciuto. C’è la voglia di stare insieme. Di godersi le feste. C’è la recita di Natale. I bambini che aspettano i regali. Parenti che cucinano da un mesetto almeno. “Che faccio congelo?”

Poi penso ad altre cose: penso a un servizio del TG3. Di diversi anni fa. Penso al giornalista che parlava di “angoscia del Natale.” Parlava della corsa ai regali, delle code, del traffico congestionato, della poca voglia di stare con i parenti. Allora si, mi rendo conto, che abbiamo reso quasi tutto paradossale: “angoscia del Natale”, quanto mi suona strano. Per carità, posso anche capire i livelli di stress, l’organizzazione e quello e quell’altro. Tutte cose da cui mi tiro magistralmente fuori. No, non ne sono fiero. Non riesco a stare appresso a questa roba, scusatemi. Però sono felice.

Mi piace stare tutti insieme da nonna. Il caos, stretti. La fila per metterci seduti. Il nervosismo che si respira. Sono felice, perché oggi è nato il Salvatore. Ma davvero abbiamo bisogno di essere salvati? SI penso di si. Penso che Gesù è venuto proprio per me. Non è venuto per Joseph bravo psicologo, che sa come funzionano le cose, che si sente sicuro di sé, di quello che è e di quello che fa. E’ venuto per Joseph, quando è stanco, quando non capisce il perché di tante cose, quando si arrabbia, quando fuma troppo. Quando è deluso, solo, lontano da tutto e tutti. Quando cade.E’ li che è venuto a salvarmi, perché li, davvero, solo Tu, puoi entrarci, nessun’altro. Si è per questo che sono felice, perché ho Chi mi salva, quando io non posso salvarmi, quando non sono in grado di sistemarmi le cose. E tu ce l’hai un Salvatore? Eh no, non venirmi a dire che a te tutto quadra sempre, perché non ci credo. Al massimo ti sei rassegnato al fatto che le cose non sempre tornano, forse.


E sono grato. Di tutto. E stiamo per metterci a tavola. “Manca un posto.” “Ci pensi tu, zio?”. “Se capirai, quello prima che si muove.” Eh no, non siamo perfetti, non sono perfetto. Siamo chiamati a crescere nell’amore. Ma abbiamo Chi ci salva, grazie a Dio. Allora no non provo angoscia, ma una grande voglia di ringraziare. Grazie, Signore. Grazie Gesù. Benvenuto anche quest’anno. Grazie di non stancarti mai. Di me. Di noi. 

venerdì 16 dicembre 2016

Omosessualità, un grido d’appello



Questo voglio provare a dirlo. Nascono uomini e donne che hanno bisogno di essere sostenuti nello sviluppo dell’identità di genere. Forse questo non andrà bene ai puristi, quelli che non vogliono assolutamente sentir parlare di predisposizioni genetiche per quanto riguarda l’omosessualità. Questo mi sembra falso: la genetica, in associazione con l’ambiente, rientra in tantissime cose, praticamente in tutto. Esiste un temperamento di base. Nascono bambini più timidi, più irritabili, più sensibili di altri. Alla nascita, come temperamento di base. Accogliendo in loro il mix che gli viene dato dall’unione dei loro genitori. Questi bambini devono essere sostenuti dai loro genitori, per sviluppare al meglio le loro potenzialità, le loro qualità. Questo vale per tutti i bambini, è questa la missione dei genitori. Alcuni, però, devono essere sostenuti più di altri. Esistono bambini difficili. Quelli di cui si dice: “Non capisco perché fa cosi, il fratello era tanto tranquillo.”

Bene, allo stesso modo esistono bambini il cui sviluppo dell’identità di genere, il loro sentirsi come appartenenti al proprio sesso, è più a rischio. Voglio, oggi, lanciare un grido d’appello da queste pagine: non abbandoniamo questi bambini, aiutiamoli nello sviluppare la loro identità di genere. Il senso di appartenenza al genere maschile è una delle conquiste più grandi che abbia mai dovuto apprendere nel corso della mia vita. Una delle sfide più grandi che affronto ma che anche mi ha regalato le gioie più grandi. Non lasciamo questi bambini in balia del loro vittimismo, senso di colpa, invidia verso un mondo che da una parte rigettano, dall’altra idolatrano, sperimentando grande sofferenza e divisioni interne. Non diamo loro l’unico messaggio: “Ehi piccolo, è tutto ok, vieni, ti mostro un mondo fantastico in cui ci sono tanti diversi come te.” Che faremo quindi? Obbligheremo questi bambini a giocare con i camioncini e le bamboline perché così deve essere? Non lo so, ma possiamo fare di più. Dobbiamo fare di più. Non lasciamo questi bambini per tutta la vita, a ricercare tristemente attraverso atti sessuali un senso di appartenenza che non troveranno mai. Vittime per tutta la vita di fantasie sessuali in cui uomini forti e potenti danno loro quello che sentono di non avere, in un ciclo di dipendenza. “Ma non tutti gli omosessuali hanno questo tipo di problemi”.  “Esistono coppie stabili, fedeli e serene.” Ok, non mi interessa, posso dire che non mi interessa? Parlo di quelli come me, ce ne sono, ve lo giuro, non siamo esseri mitologici. Quelli come me che questi problemi li hanno conosciuti eccome. C’è posto per tutti in questa società, e per noi non c’è posto? Per quelli che vedono l’omosessualità come una grande illusione e vorrebbero sviluppare le proprie potenzialità come maschi, o come femmine, non c’è posto? Non c’è soluzione? Non c’è possibilità? Solo “omofobo”, “sfogati”, “fatti una scopata”, “checca repressa” o “vivila più easy amico”?


Credo che qualcuno dovrebbe occuparsi di noi, dovrebbe essere tenero con noi, abbracciarci, spiegarci che non fa niente se a noi non ce ne frega niente del pallone o dei soldatini, dovrebbe dirci che quelli là, gli altri bambini, sono come noi, forse solo un po’ più vivaci, estroversi, competitivi. Che se ogni tanto piangiamo più degli altri non succede niente. Non tagliateci fuori subito. Non lasciateci soli a pensare che papà è cattivo, che i maschi sono cattivi. Non sto parlando di decostruire gli stereotipi o roba simile. Quelli fanno parte del gruppo sociale. Dove c’è gruppo, c’è stereotipo. Sto dicendo che qualcuno, però, dovrebbe aiutarci a trovare il nostro posto lì. Non sbatterci a giocare con le femmine. O oggi, addirittura, costringere i nostri amici maschi, a fare giochi da femmine, così noi ci sentiamo meno soli. E poi? A 15 anni arriveremo nel nostro primo locale gay, dove finalmente riceveremo dal primo cinquantenne il riconoscimento come uomo che avremmo sempre voluto. E poi, continueremo a cercarlo tutta la vita. Mentre i nostri amici, quelli più estroversi e indisciplinati, grazie all’esperienza vissuta, nel frattempo, hanno messo la testa a posto e mettono su famiglia. Mentre noi siamo chiusi in un ciclo di dipendenza sessuale. Vi supplico, sosteneteci da bambini, con amore, affetto, attenzione verso uno sviluppo più integrato. Ok, saremo più permalosi di altri, forse più chiusi, sensibili o non so che altro. Non abbandonateci, vi supplico. Stateci vicino. Come per un bambino particolarmente capriccioso ci vuole particolare pazienza nel sostenerlo nella disciplina, noi abbiamo un particolare bisogno di essere sostenuti nella nostra mascolinità o femminilità. Provateci, genitori, insegnanti, psicologi, formatori. Il bambino che ero e l’uomo che faticosamente, ma con orgoglio e gioia, cerco di essere oggi ve ne saranno grati. Entrate in questa sfida, aiutateci.  Aiutateci a sviluppare la nostra identità di genere.

domenica 11 dicembre 2016

L’insaziabile bisogno di essere visto e la voglia di volere















Che poi oggi lo vedo con sempre maggiore chiarezza. Il danno, la ferita, il buco che mi porto dentro. Il laccio che limita la mia libertà. No, non parlo dell’omosessualità. Quella è una conseguenza, è un tentativo maldestro della mia psiche di proteggermi, di risolvere le cose. Lo vedo quotidianamente e ogni giorno ci faccio i conti. L’insaziabile bisogno di essere visto. E’ questo il centro, lo snodo centrale. Il narcisismo. Quando gli altri non esistono, se non in funzione mia. Quando in ogni situazione non posso accontentarmi di essere uno tra tanti. Ma in ogni situazione devo essere quello speciale, quello particolare, quello che gli altri ricordano. L’applauso poi, desidero l’applauso forte e scrosciante. “Che bravo ragazzo sei Joseph.” Eh si forse non ci vuole la psicologia, per vedere me bambino che disperatamente cercava amore dai suoi genitori e lo trovava solo a certe condizioni. E allora doveva farsi vedere. E oggi? Oggi sto crescendo, oggi sono sempre più consapevole di questo, dei lati oscuri del mio carattere, della mia profonda strumentalizzazione delle relazioni. E poi, tutto qui? Si resta cosi? Non lo so, credo di no. Oggi ho voglia di desiderare. Voglio volere, direbbe Ligabue. Voglio volere cosa? Voglio voler amare. Voglio voler godere delle relazioni, delle situazioni, libero dal servire me stesso. Voglio voler perdonare i miei genitori. Voglio volerli abbracciare. “Vi capisco, avete fatto quello che potevate!” Voglio voler essere un uomo tra gli uomini, qualsiasi. Voglio voler amare ogni giorno di più la mia ragazza. Eh si, il narcisimo non va a braccetto con l’amore. Voglio voler essere grato. Voglio volermi donare. Voglio voler essere libero dall’invidia. E allora le cose assumono un altro significato. No, non sono solo Joseph, il bambino con un insaziabile bisogno di essere visto, sono di più, sono anche Joseph, che vuole desiderare di amare, di essere una persona migliore, di perdonare gli altri, di andare incontro alle necessità degli altri, che vuole voler dimenticarsi se stesso, e la propria immagine costruita di vittima eroica. Ci riesco? Non ci riesco? Ma davvero, amici miei, conta? Io credo di no, credo che ciò che dà un senso che alla nostra vita è ciò che abbiamo nel cuore, quello che desideriamo desiderare. Al di là della nostra umanità, che può essere stata corrotta dai fatti della vita, che è soggetta a fluttuazioni sulla base di sentimenti, pensieri. Cose che vanno e vengono. Le intenzioni che desideriamo avere, restano. Sopra a tutto. E vanno coltivate, amate e sostenute. Che stiamo cercando? Viviamo come vittime dei condizionamenti passati o vogliamo di più? Non sto parlando di sognare mondi paralleli ed impossibili. Sto dicendo di cercare, dentro di noi, l’intenzione profonda che desideriamo, al di là di come sono andate le cose per noi. Cosa, farò in questa ricerca dell’amore? Bastonerò a sangue la mia parte che ha un insaziabile desiderio di essere visto? No, assolutamente, sembra un paradosso, ma io voglio voler amare anche questa parte. E’ questo che voglio, voglio voler amare, nel senso più alto che c’è dell’amore.