mercoledì 31 agosto 2016

Omosessualità: possibili rimedi …alle ideologie




Allora lo faccio. Ci provo. Provo anch’io ad inserirmi nella lista di coloro che hanno scritto, detto e condiviso qualcosa sull’origine dell’omosessualità. Sono certo che un’opinione in più mancava. La mia. Eccola. Prima di partire vorrei chiarire da subito alcuni aspetti. Non è lo scritto definitivo che finalmente scioglierà ogni dubbio. Non sono qui per presentarvi l’ultimo studio che finalmente ha risolto tutto: “Trovato il gene dell’omosessualità.” o dall’altra parte: “Si può cambiare. Sfatati i miti delle lobby LGBT.” Sono qui, semplicemente, per condividere con voi un ragionamento. Ragionamento che viene un po’ dai miei studi, un po’ dalla mia esperienza, un po’ anche da quello che viene definito senso comune.
Bene, partiamo. La domanda, la più classica, la fatidica. “Gay ci si nasce o ci si diventa?” Prima di tutto, mi piacerebbe inserire la questione in un contesto più ampio. Non si tratta, infatti, di una domanda che ha solo a che fare con l’omosessualità ma di un dibattito presente da tempo immemore nel mondo delle scienze, della psicologia, che cerca di chiarire quali sono i ruolo svolti da “natura” e “cultura”.
In inglese è definito “Nature vs. Nurture” (“Natura contro Cultura”) – per Cultura si intende nutrimento, allevamento, educazione, cioè le dinamiche dello sviluppo relative all’ambiente e agli imprinting socio-culturali - il dibattito senza fine che oppone le qualità umane individuali innate (innatismo) a quell e acquisite con l’esperienza (comportamentismo). Ai due estremi, si sostiene o che tutti i tratti comportamentali degli umani derivino più o meno esclusivamente dalla Natura (“determinismo biologico”) o dalla Cultura (è l’ipotesi chiamata “tabula rasa”).
In realtà la questione è piuttosto complessa, per quanto riguarda ad esempio il cervello, si può dire che il suo sviluppo è sia programmato geneticamente sia dipendente dall’esperienza. Le esperienze, infatti, in particolar modo quelle infantili, sono in grado di influenzare la trascrizione genica, di attivare o disattivare determinati geni. Le esperienze hanno effetti diretti sui processi che portano allo sviluppo dei circuiti neurali, creando nuove connessione sinaptiche, modificando quelle preesistenti o favorendone l’eliminazione. Ad esempio studi sulla depressione o sulla schizofrenia mostrano come la presenza di alcune varianti genetiche porti all’esprimersi della malattia solo in un individui che hanno vissuto eventi particolarmente stressanti.
Quindi, tornando a noi, la domanda forse è posta male, sarebbe più corretto chiedersi in che modo fattori genetici e ambientali interagiscono tra loro per dar luogo all’orientamento sessuale?
Tra l’altro la domanda così come è posta mi sembra da risposta banale, anche se non voglio essere semplicistico. No, non si nasce omosessuali, come non si nasce eterosessuali. Queste due fattori implicano un’attrazione che, sicuramente, non è presente alla nascita, in nessuna delle due condizione, ma si svilupperà nel tempo. Quindi cosa si intende con si nasce omosessuali? Che un determinato gene predetermina dalla nascita che quell’individuo dalla pubertà in poi proverà attrazione per lo stesso sesso? Mi sembra improbabile sia cosi, i progressi della biologia molecolare hanno ormai affossato l’idea dietro al “determinismo biologico”, che sia la genetica, da sola, a determinare i tratti più complessi della persona e della personalità, dimostrando come il DNA interagisce con i segnali trasmessi dagli altri geni e dall’ambiente. Sebbene a livello dell’individuo particolari geni influenzano lo sviluppo di un dato tratto, ciò avviene sempre nel contesto di un dato ambiente. Anche nei casi in cui si sono scoperti geni a cui si può attribuire uno speciale contributo nella formazione di tratti psicologici come l’intelligenza e la personalità, in diverse circostanze ambientali, ad esempio di deprivazione, gli stessi tratti subirebbero uno sviluppo radicalmente diverso. Quindi, al massimo, potremmo dire che è nata una persona maggiormente predisposta all’omosessualità che all’eterosessualità. Cosa vuol dire questa cosa? Così, a percezione, è più probabile che indichi un orologio biologico che a 11, 12 anni scatta e comincia a suonare con la scritta: “Attrazioni per lo stesso sesso attivate” o piuttosto un temperamento di base, non connesso alla sessualità, ma che potrebbe in modo indiretto influire su di essa, che insieme a determinati fattori ambientali, esperienze di vita potrebbe portare all’instaurarsi di questo tipo di attrazioni?
Quale potrebbe essere questo tipo di temperamento? Quali questi fattori ambientali? Non voglio calarmi troppo nello specifico in supposizioni di questo genere ma piuttosto dare un quadro generale, molto generale, ma che mi sembra valido, all’interno del quale si possono inserire diverse ipotesi.
Semplificando di molto decenni di studi di psicologia penso si possa affermare che un impatto fondamentale sullo sviluppo di alcune caratteristiche piuttosto che di altre lo hanno in senso ampio le relazioni, in particolare la qualità delle nostre relazioni. Gran parte della psicologia dello sviluppo di oggi si concentra, infatti, sulla qualità delle relazioni molto precoci del bambino con il caregiver. “Il bambino si costruisce un modello interno di se stesso in base a come ci si è preso cura di lui”, afferma John Bowlby, uno degli autori più influenti nell’ambito della psicologia dello sviluppo, il primo a parlare di attaccamento come sistema motivazionale innato di cui è dotato il bambino alla nascita, che lo porta a cercare la vicinanza e il contatto con le persone che si prendono cura di lui. Molti studi di neuroscienze mostrano come queste relazioni hanno un impatto sul successivo sviluppo del cervello. In particolare sembrerebbero centrali, in particolar modo nell’infanzia, per uno sviluppo cerebrale “armonioso”, i momenti che vengono chiamati di “sintonizzazione emotiva”.  Quando guardandomi con un altro, io mi sento visto, quando, anche se a un livello non cosciente ho questa certezza: “io so che lui sa quello che sto provando.” Essere riconosciuti per quello che si è. Nei primi anni di vita centrale è quindi la responsività del caregiver ai bisogni reali del bambino.
La qualità delle relazioni, quindi, la capacità di un genitore di vedere il bambino per quello che è, sapere riconoscere i suoi bisogni autentici e supportarlo nella sua crescita. Tutto questo sembra avere un impatto sul modo in cui memorizziamo delle informazioni piuttosto che delle altre, sul modo in cui ci emozioniamo e ci rapportiamo alle emozioni stesse, sulla nostra esperienza soggettiva, su come elaboriamo rappresentazioni personali, su come siamo in grado di relazionarci con gli altri e chi più ne ha più ne metta. Attenzione, non sto dicendo che la qualità delle nostre relazioni infantili determina tutto questo, sto solo dicendo che la qualità delle nostre relazioni infantili ha un impatto su tutto questo come su tante altre cose. Ovviamente poi successivamente avranno maggior importanza le relazioni con il gruppo di pari.
La domanda quindi che mi sorge è: perché questo fattore va escluso a priori nella costruzione dell’orientamento sessuale? Perché questa visione, che viene accolta per moltissime altre cose, per l’omosessualità diviene retrograda? Tralasciamo tutto il discorso sulla plasticità cerebrale, sulla possibilità per tutta la vita (pur con difficoltà) di ricreare connessioni che non sono state create nell’infanzia, sulla possibilità di un cambiamento, ma per l’omosessualità è davvero così difficile anche solo accettare un quadro generale di geni più ambiente? Questo quadro generale potrebbe aiutarci nell’interpretare l’omosessualità o vale per tutte le cose meno l’omosessualità?
Forse salto di palo in frasca, ma perché io studio all’università che il bambino instaura una relazione con la mamma sin dal grembo, e poi per giustificare l’utero in affitto ci sono decine di psicologi pronti a dire che non è così? In nome di cosa per alcune caratteristiche si applicano alcune categorie e per altre vengono completamente tralasciate?
La paura è che si finisca davvero per essere retrogradi. Abbandonando la scienza, a volte anche la logica, in nome di un’ideologia. E’ questo il rischio che si corre. Da ambo le parti.