martedì 10 maggio 2016

Il vuoto pieno



Ricadere. L'abisso. Il non senso. La sensazione di non appartenenza. Non essere. Il dubbio. La sfiducia. Il non essere degno. Il vuoto. Non sono degno d'amore. Chi sono? Uno psicologo, dicono. Un figlio. Un fidanzato. Un amico. Ma io non mi sento nessuno. Non mi sento niente. Solo. In un limbo che non è vita. Il diritto negato e poi dimenticato dell'intimità. Della relazione. Del sentirsi guardati, riconosciuti e nello stesso tempo riuscire a guardare l'altro. Inciampare, e venir risucchiati di nuovo. Nella vergogna. La paura. Come si faceva? Dov'era l'uscita l'altra volta? C'era davvero o in fondo sono sempre stato qui? Freddo. E mentre precipito cerco disperatamente qualcosa a cui appigliarmi. Qualcuno fermi la caduta, vi prego. Io voglio stare. Io voglio essere. Allora mi ricordo della Verità.
Io non sono sempre stato qui dentro. Io, tante volte, da qui ci sono uscito. Io ho sentito la vita. Io ho sentito l'amore. Io sono stato autentico, libero. Vero. Non inibito o bloccato. Io ho amato, abbracciato, toccato. Ho sentito il mio cuore piegarsi verso gli altri. Allora capisco che, forse, l'ho trovato. L'appiglio, dico. E' la Verità. La Verità di chi sono. Io sono di più. Io non sono questo luogo. Questo freddo, questo nulla. Mi accorgo che l'appiglio che ho trovato non è liscio. E' ruvido. E' un ramo ruvido pieno di altri ramoscelli. La corteccia fa male. Un pezzo mi perfora la pelle. Poi un altro pezzo e un altro ancora. Sgorgano fiumi di sangue dalle mie mani. Fa male e comincio a vedere. Scorrono immagini. Un bambino che vuole giocare con suo padre. Poi lo vedo immobile sul pavimento, il suo sguardo è cambiato, è più basso, non vuole più giocare. Ora ha solo paura. Qualcosa si è spezzato dentro. La sua vitalità è stata risucchiata. Poi vedo un campo di pallone. Dei bambini che corrono. La polvere che si alza. I bambini sgomitano per prendere ognuno il suo pallone. L'odore dei fratini. Poi ne vedo uno distaccato, per ultimo. Solo, aspetta il suo turno. Non sgomita, non lotta per avere per primo il suo pallone. L'allenatore gli dice: "Tu si che sei bravo, non sei come gli altri."
Sanguino dappertutto, ora il ramo della Verità mi perfora da parte a parte in ogni punto del mio corpo. Grido: "Io non volevo essere bravo. Io volevo essere come gli altri bambini. Io volevo solo giocare!" Un'altra immagine, un uomo ferito. Continuo a gridare: "Perchè mi avete costretto ad essere buono per ricevere amore? Perchè mi avete messo queste maschere?" E le immagini di una vita continuano a scorrere. E ora sento tutto. Sento la tristezza che mi apre in due. Sento la rabbia potentissima. Violenta. "Chi? Chi ha permesso questo? Perchè l'avete fatto?"
Lotto quasi con la Verità, ora. Un duello ma non mi sottraggo. Ci sfidiamo e siamo quasi complici, ora. Io ho bisogno di Lei, Lei ha bisogno di me. "Non andartene ti prego, fa male, ma io devo sapere. Lotta con me, colpiscimi, fatti sotto, sei il mio unico appiglio."
E ora tutto esce fuori fisicamente da me. La rabbia. La tristezza. Il sangue. E' tutto così potente da invadere la stanza. Tutto si fonde sotto i miei occhi meravigliati. Io e la Verità mentre lottiamo, quasi non ci distinguiamo più. Ora il vuoto è pieno. Pieno della Verità. Pieno delle emozioni che escono da me. In una lotta furiosa che quasi si trasforma in danza. E balliamo, allora. E ora il vuoto è pieno. Tutto poi si fonde e rientra in me. Io sono. Dei brandelli di me, di emozioni e di Verità continuano a riempire il vuoto. Ora, però, io sono molto più del vuoto. Il vuoto enorme che prima rimpiccioliva me è diventato piccolissimo e non può più risucchiarmi. Ci guardiamo, per un po'. Rimane comunque spaventoso. Vorrei potergli dire addio. Ma ormai lo so. Non funziona così. Lui è. Sarà lì. Io ho la Verità dalla mia, le emozioni, il presente e il passato. E poi non so come, dopo tutto quello che ho vissuto, mi viene da dirgli alcune parole: "Grazie per la danza, è stato intenso. Ci si rivede, spero molto in là." E me ne vado. Io sono. Il vuoto piccolo e pieno rimane lì. Per ora.