martedì 29 marzo 2016

L'intenzione che conta




Perché lo fai? Perché scrivi? Perché hai messo su sto blog? Perché hai scritto quella lettera? Ti sei fatto anche un profilo facebook, adesso! Domande. Alcune mi sono state poste, altre me le pongo io continuamente. Ma non potevi lasciar andare via tutto e via? Il passato è passato-dice qualcuno. Non avevi raggiunto quello che volevi? Perché rituffarti in tutto questo? Perché lo fai, Joseph? Hai forse bisogno di conferme, applausi, hai bisogno di sentirti importante? Hai anche tu il tuo quarto d’ora di celebrità, ora.

Mi fermo. Le risposte potrebbero essere tutto e il contrario di tutto. Perché lo fai? Perché lo fai, DAVVERO? Torno all’intenzione. Da quella non si scappa. Può non essere pura, per carità. Ma lei c’è, è reale. Devo aggrapparmi a quella.

Torno, allora, a quella notte di non molto tempo fa. Notte in cui dissi: “Si sono pronto, facciamo il punto della situazione.” Che volevo?  Perché la penna ha cominciato a scorrere e con impietosa disinvoltura mi ha riportato a luoghi e situazioni che credevo di aver dimenticato? Perché poteva essere d’aiuto a qualcuno. E’ questa la risposta, è questa l’intenzione. La possibilità di andare incontro a qualcuno. Semplice, quasi banale.

Penso allora a tutte le persone che già ho avuto modo di incontrare in questo breve ma intenso tratto di percorso. Penso a tutti gli scambi che ho avuto da quando ho reso pubblica la storia.

Penso a chi mi ha parlato della gioia. Chi mi ha detto: “Grazie Joseph, hai riacceso in me speranze perdute.” “Mi sono rivisto nella tua storia, compreso nel lieto fine.” “Sono stato scelto per favore il padrino di cresima di un ragazzo, pensavo di essere inadeguato, con un maschio poi, invece no, lui mi ha scelto, mi trovo bene in questo ruolo di responsabilità” Vi abbraccio tutti amici miei, non abbiate paura di continuare a diventare gli uomini che siete! Chi mi ha confessato: “Devo dire che un po’ ti invidio.” Chi mi ha aperto il cuore e mi ha parlato delle sue sofferenze. “Non sono stato invitato a una partita di calcetto con tutti i miei migliori amici. Sto malissimo.” “Non mi sento minimamente capito dai miei genitori.” “Mi riconosco in tantissime cose che dici e che hai vissuto, io so che cosa intendi quando scrivi: Io volevo essere come loro.” Già la sofferenza. Il dolore all’interno della famiglia. L’essere rifiutato dai coetanei. Quel senso di non appartenenza. Quel crollo quasi fisico che ti fa arrivare a dubitare di esistere. Quel desiderio doloroso che si trasforma in pulsione sessuale. Questa è la nostra storia. La storia di molti di noi. Di tutti?  No, non lo so. Non mi interessa. Parlo di quello che conosco. Ci si può credere o no a me non interessa dire che l’omosessualità è una malattie o cose simili. Mi interessa accogliere la sofferenza, per chi la percepisce. Mi chiedo che risposta dà a queste sofferenze una larga fetta della psicologia e della società di oggi. A dodici anni lo psicologo della scuola di cui vi ho già parlato mi diede i numeri dell’Arcigay e mi disse: “Qui puoi trovare persone come te, con cui stare bene.” E’ questa la risposta? E’ questa la risposta che accoglieva e leniva i pesi che mi portavo dentro già a quell’età, mentre la maggioranza dei miei amici giocava con i Pokemon? No scusate ma non ci sto. E’ questo quello che mi ha spinto: dare un posto in più in cui persone che vengono strumentalizzate da ogni parte potessero sentirsi accolte nelle loro sofferenze.

Ce ne sarebbero molto altre da raccontare ma finisco con il raccontarvi alcuni scambi più personale suscitati da questa nuova esperienza del blog. Quegli amici che già sapevano che con fierezza mi hanno spinto a proseguire coraggiosamente su questa strada. Un amico in particolare con cui, per diverse ragioni, non ero mai riuscito ad aprirmi, che guardandomi fisso negli occhi mi ha detto “Hai sofferto parecchio, vero?” E io secco: “Si.” Senza piagnistei, vittimizzazioni o banalizzazioni.  Il silenzio. I nostri sguardi che volevano dirsi reciprocamente: “Io so che tu sai quello che hai passato.” Lo sguardo con il mio terapeuta dopo aver letto la lettera. Uno sguardo in cui ci sono passati davanti anni di battaglie vissute assieme.
E poi lei.  La sua commozione. Il leggere la mia storia (tranquilli la conosceva!) là cosi tutta insieme, quasi spietata. I suoi occhi. La dolcezza fatta persona. Sono qui per te, volevo dirgli. Le sue parole: “Sono fiera dell’uomo che sei.” Parole che vibrano dentro, che vorrei incidermi nell’anima se si potesse. Parole che ogni giorno mi permettono di rimanere ancorato alla mia dignità riscoperta.


Allora si è per questo che lo faccio, che scrivo: per donarmi agli altri. Ho ricevuto tanto, lasciatemi restituire qualcosa! No non sono S. Francesco. Anche io spesso sto a guardare se sale il numero delle visualizzazioni. Spesso uso questa storia per sentirmi importante o per alienarmi. È donarsi questo? No, questa è l’umanità. Su quella ci si lavora. È l’intenzione che conta, rimango saldo in quella. È un percorso, ormai avete imparato, no? Bè allora con enorme gratitudine per ognuno di voi, si va. Che dicano quello che vogliono gli altri, io so perché lo faccio. E tu, non vieni con noi?