mercoledì 17 febbraio 2016

Lettera aperta agli omosessuali



Caro amico,
non pensare che non ti capisco. No, ti capisco benissimo. Non voglio dire che so tutto, non mi ermetterei mai. Ogni persona è diversa, ognuno ha la sua storia. Due parole pero vorrei dirtele. Cerca di ascoltarmi. Togliamo di mezzo tutto, il ddl Cirinnà, le coppie omogenitoriali, i diritti civili, la chiesa retrograda. Togliamo di mezzo tutto per un secondo. Oggetto di questa lettera è una cosa diversa: è la felicità. Voglio parlare di come ti senti veramente. Come stai? Non a livello superficiale, davvero. Sei felice? È vero, puoi rispondermi che nessuno lo è, che la felicità non esiste. Ma stai camminando per cercarla in qualche modo?
Probabilmente si, e il modo migliore che hai trovato dopo tante sofferenze è quello che, forse, stai vivendo ora: l’affermazione della tua identità omosessuale. Non voglio mettere in discussione le tue scelte, può darsi siano le più giuste per te, e che lì tu stia vivendo la tua completa felicità. Per me le cose sono andate un pò diversamente.
Vorrei parlarti della mia esperienza, dirti ciò che ho vissuto. Già, ma da dove cominciare? È così difficile esprimere a parole un'esperienza umana, che non è fatta solo di concetti e parole ma anche di carne, sangue, vista, tatto, intuizioni più o meno coscienti. Provo ad andare con ordine.

Io ho sempre saputo di essere gay. Semplicemente non ho mai pensato di essere etero. Alle medie è stato il momento in cui ho preso maggiore coscienza sull'attrazione. Dentro di me, però, sapevo da parecchio tempo di essere diverso. Ne parlai con qualcuno già a quell'età. Mi ricordo che quello che dicevo era "Da quando ho ricordi è sempre stato così." Questo per dire quanto fosse radicata in me questa percezione. All'epoca non mi interessava la questione ci sono nato o diventato, né mi interessava andare troppo a fondo alla questione del perché fossi così. Pensavo non fosse utile. Sapevo solo di essere così. Non c'era possibilità né volontà di cambiamento, dovevo cominciare a conviverci. Cominciai i miei primi incontri, quindi, molto precocemente. Per lo più con uomini conosciuti in chat, più grandi di me. Una volta capito chi ero, cercavo un modo per adattarmi e cominciare a sperimentarmi, insomma. Mi ricordo che in quel periodo, sempre alle medie, feci qualche incontro con uno psicologo dello sportello di ascolto nella scuola. Tutto il suo lavoro fu di mostrarmi come non ci fosse alcun problema nell'omosessualità, che dovevo accettarmi e smettere di soffrire per colpa della società omofoba. E così feci. Cominciai a vivermi qualche storia, qualche incontro, a parlare di me con qualcuno. Sempre, devo dire, trovai persone che mi accettavano, mi spingevano a non farmi troppo problemi, a proseguire su questa strada. Se questo era quel che ero, avevo diritto di esprimerlo. Alcuni poi, per lo più ragazze, mi adulavano parlando del mio coraggio e di quanto fosse speciale. Questo devo dire mi dava un senso di conforto e calore.
A un certo punto, però, mi resi conto che qualcosa non stava andando per il verso giusto. Erano gli anni del liceo. Un liceo a predominanza femminile e qualche ragazzo qua e là. Già, i ragazzi. Semplicemente non avevo nessuno strumento per entrare in contatto con loro. Li guardavo da lontano. Erano così diversi da me. Li ritenevo stupidi, superficiali, insensibili, incapaci di un dialogo con le donne, su cui io invece ero parecchio ferrato. E probabilmente a volte era vero. Probabilmente per molti aspetti ero una persona migliore di loro. Perché allora mi attiravano così tanto? Perché facevo fatica persino a salutarli? Li giudicavo inferiori e diversi. A volte, però, mentre li sentivo ridere sguaiati su una qualsiasi cavolata dopo l'ora di educazione fisica in cui si erano sfidati su un campo da calcetto ed io a guardarli, avrei dato qualsiasi cosa per essere uno di loro. Ma come si faceva? Poi qualcosa precipitò. Un ragazzo, uno di loro, il più bello, il più disinibito e per me il più virile cominciò a rapportarsi più apertamente con me. Io in un misto di paura e gioia cercavo di essergli amico. Lo usavo come scudo per rapportarmi con gli altri, che vedevo ancora così lontani. La nostra però era un'amicizia che mi feriva profondamente. Lui sapeva farci con tutti. Io no. Lui doveva essere mio, dovevo avere da lui tutte le attenzioni. Dovevamo essere sempre più intimi, un'intimità che non mi bastava mai. Mi stavo innamorando, pensavo. O volevo essere lui? Non capivo. In tutto questo, il colpo finale. Un giorno venne e mi disse: "Tu sei morboso, triste, io non voglio più stare con te, voglio stare con gli altri, lasciami in pace". Precipitai nell'abisso. L'abbandono. Perché non andavo bene? Perché io no e gli altri si? Come si faceva ad essere uno di loro? Sentivo come se loro mi disprezzassero, non mi ritenessero degno di essere uno di loro, ma io desideravo cosi ardentemente la loro virilità. Spesso fantasticavo sessualmente su diversi da loro.
Poi cominciò a emergere l'angoscia, dormivo male, pensavo continuamente a loro, a lui, il ragazzo di cui mi ero invaghito. Ci pensavo, ma mentre eravamo a scuola avevo una terribile paura che mi impediva il rapporto. Fuggivo. Li respingevo. Li desideravo come non mai. Cominciai a stare malissimo durante le ore di scuola, la sera facevo fatica ad addormentarmi. Ero distante da loro. Volevo essere vicino. Non sapevo farlo. Mi rifugiavo nelle mie fantasie.
Finì tutto nello studio di uno psicologo. E da lì cominciò a venir fuori il mondo sommerso che avevo dentro. Uscirono fuori tante dinamiche all'interno della mia famiglia di cui ero ed ero stato vittima: una madre triste, ipercritica nei confronti del marito, un padre lontano emotivamente ma allo stesso tempo molto presente in forma autoritaria. Avevo una fottuta paura di lui. Era così lontano, così imperturbabile. Almeno ai miei occhi. Cominciò ad essere chiaro il distacco difensivo che avevo messo in atto nei suoi confronti e poi in generale con il mondo degli uomini. Cominciò ad essere chiaro l'attaccamento morboso di una madre di cui credevo di dover curare l'infelicità. Dove era lì lo spazio per me? Dove erano lì i luoghi dove poter esprimere il bambino che ero? I tentativi di spontaneità che avevo venivano repressi. Non potevo uscire dal ruolo che loro mi avevano dato, pena la loro lontananza. Attenzione, non sto parlando di una famiglia disastrata, o di maltrattamenti subiti o chissà quali abusi. Una famiglia all'apparenza normale, che però mi ha ferito enormemente. Con il mio terapeuta, cominciai ad analizzare anche le mie relazioni attuali. Anche da lì uscirono fuori tante cose, proprio a partire dal confronto reale con quel gruppo classe che tanto mi aveva ferito. Uscì fuori quanto in fondo fossi invidioso di loro, quanto mi sentivo inferiore, quanto tendessi a sessualizzare proprio i ragazzi che mi sembravano essere più diversi da me, che avevano caratteristiche che io sentivo mancanti in me, riconducibili tutti all'idea idealizzata e lontana che avevo di virilità e mascolinità. Era sempre più chiaro, non li desideravo solo sessualmente, c'era qualcosa di più, io volevo essere loro! Mi vennero dati quindi degli strumenti per provare a relazionarmi in modo nuovo con loro, per trovare un contatto più vero di quello che avevo nelle mie fantasie e atti sessuali. Fu un mondo del tutto nuovo e inesplorato per me. Richiedeva sforzo e impegno quotidiano da parte mia, obbligandomi a vincere in qualche modo strati di vergogna e distacco difensivo. Era una fatica diversa da quella che avevo sperimentato fino a quel momento nelle mie relazioni, era una fatica che mi riconnetteva con me stesso e con gli altri. In sintesi: dovevo sfidare ciò che mi faceva più paura, invece di scappare e poi fantasticarci sopra.
Poi un ricordo, come fosse ieri, durante la gita di fine anno. Eravamo tutti lì. I ragazzi. C'ero io, il ragazzo di cui mi ero invaghito un paio di anni prima e gli altri. Ridevamo, scherzavamo. Le ragazze con cui ero abituato a stare poco più in là. Non so come spiegarti. Forse stavo ricevendo i frutti di tutta quella fatica verso la ricerca della mia identità. A un certo punto io ero uno di loro, semplicemente. Non ero più attratto da loro. Non ne avevo bisogno. Ero lì con loro. Non avevo più paura. Ero nel posto che mi era sempre spettato e che avevo sempre desiderato: il mondo degli uomini. Nei tempi che seguirono mi accorsi con sempre più chiarezza che più stavo in quel posto più le attrazioni diminuivano. Non so trasmettervi la gioia per chi viene dalle mie difficoltà di sentirsi connesso in modo autentico con altri uomini. Da uomo a uomo. Da pari a pari. Guardarsi negli occhi, da fratelli. Sulla stessa barca. Non so trasmettere la sensazione di scambiarsi abbracci virili, senza voler rubare niente o sentirsi inadeguati. La gioia di raccogliere tutto il coraggio che hai, scendere di nuovo nel campo che ti attirava e ti spaventava allo stesso tempo. Nel campo di pallone, per esempio. Scoprirsi non dei campioni, ma degni di starci. Accettare anche consigli, perché tu su quel campo non ci scendevi da anni. La gioia di quando ti passano la palla, e magari fai anche un gol. La gioia di riscoprirsi uomo, magari in uno spogliatoio o davanti a una birra. Non superuomo, ma sufficientemente virile sì. Degno. Quando ci arrivai, capi che sì, cazzo, lì era la mia felicità. Li era dovevo volevo stare, da sempre, quello per cui avrei lottato tutta la vita. Non quell'abisso di chiusura, difficoltà, ossessioni in cui ero caduto.
Poi le cose si susseguirono ad una certa velocità: un potere sempre più forte nelle relazioni, una maggiore iniziativa nelle scelte, il chiarimento con papà. Quella volta in cui lo abbracciai e piangendo gli dissi: mi hai ferito ma io voglio essere un uomo come te. Non so come, poi, a un certo punto mi baciai con una ragazza. Non esplose mai dentro di me una carica eterosessuale, non so perché lo feci. Qualcosa mi spingeva. Forse ora catalogavo le ragazze diverse da me e provavo curiosità per loro. Anche sessuali. Avevo reazioni fisiche. Questo si consolidò sempre di più. A un certo punto sapevo chi ero e cosa volevo.

Bene. Sono passati quasi dieci anni. Sono successo tante cose. Tante volte ho detto: ok, finito, ci sono, qui mi fermo, ho raggiunto quello che volevo. Ma ho scoperto che non si arriva mai. Ho scoperto la mia debolezza. Tante cadute. Ho scoperto che la sofferenza che ho provato da bambino andava oltre quello che mi sarei immaginato. Quella storia poi con la ragazza del bacio, non andò granché. Ma poi ho conosciuto una donna forte ma delicata allo stesso tempo, che mi sostiene e mi spinge a diventare sempre di più ciò per cui sono nato. Ah giusto, dimenticavo un paio di cose: io e la donna in questione ci sposiamo. Tra poco più di un anno. Oggi sono uno psicologo. Lavoro anche con bambini e ragazzi nell'ambito dello sviluppo dell'identità di genere. Sogno una psicologia che possa dare a tutte le persone una seconda possibilità rispetto alle loro ferite inferte nell'infanzia, come è successo a me. Sogno una psicologia che fornisca strumenti per rendere le persone capaci sempre di più di fare scelte libere e consapevoli, e se possibile aiuti le persone a volgere lo sguardo verso valori umani, stabili e positivi. Proprio per questo voglio ringraziare di cuore il mio terapeuta: la persona che so che per primo crede in questa psicologia e ha saputo trasmettermela. Oggi sono un uomo immensamente più vero, stabile, determinato, onesto, con delle intenzioni e motivazioni verso cui tendere rispetto a diversi anni fa. Enormemente più felice.

Perché ti ho raccontato tutto questo? Probabilmente puoi liquidare questa mia storia che ti ho consegnato con il cuore in mano in due parole, dicendo semplicemente “non eri gay” o “sei solo un gay represso a cui hanno lavato il cervello”. Oppure no. Oppure puoi provare a lasciarti interrogare da quello che ti ho scritto. Puoi provare a vedere se ci ritrovi qualcosa di tuo. Possiamo guardarci negli occhi e provare a dirci la verità sulle nostre vite, in qualche modo. Probabilmente hai già sofferto parecchio. Rischi di aggiungere ferite a ferite. Forse non è tutto riconducibile all'omofobia interiorizzata, a presunti geni gay o al fatto che l'amore è comunque amore. Forse qualcosa è stata toccato nel profondo della tua identità di uomo e di donna. Forse è successo talmente tanto tempo fa che non ne hai ricordi. Forse, però, da qualche parte, nel fondo del tuo cuore, c'è la possibilità di prenderti cura di quella sofferenza. Te lo devi. Il rischio è che qualunque scelta che hai fatto e farai in futuro sia per scappare da lì, per non guardare dentro quell'enorme buco. Ma è possibile guardarci dentro e sopravvivere. Te lo devi. Non fermarti alla prima opzione che ti viene data. Non si tratta di provare a essere etero. Qui è in ballo qualcosa di diverso. E non importa il risultato del percorso. Quello che conta è quanto vorrai essere onesto nel vedere chi sei, chi eri, chi avresti potuto essere e soprattutto chi vuoi essere oggi. E muoverti in quella direzione. È in ballo la verità della tua identità. Non aver paura di continuare a camminare, di continuare a cercare la felicità.
                                                                                                                                         
                                                                                                                                     Joseph Marlin



Se hai voglia di raccontare la tua storia, per dei chiarimenti o dubbi su questa lettera, o per qualunque altro confronto tu voglia avere puoi scrivermi alla mail: Joseph.marlin656@gmail.com