sabato 31 dicembre 2016

Citazioni dal Libro "Identità di genere", Joseph Nicolosi

Fine anno, quindi. Quel momento quasi mistico che segna la fine di qualcosa e l’inizio dell’ignoto. “Ho due chiavi per la stessa porta: per aprire il coraggio e la paura”, canta Jovanotti, ed è importante, per me, scegliere come vogliamo entrare nell’anno nuovo e rinnovare questa scelta quotidianamente. Sì vabbè, lo so, non cito mai grandi autori musicali, ma questa è la mia cultura musicale. Per ora in tutto il blog, se non sbaglio, abbiamo citazioni di Povia, Ligabue e ora Jovanotti. Scarsa, direi. Scarsissima.

Piccola divagazione a parte, in seguito alle polemiche degli ultimi giorni, relativamente al mio post “Omosessualità, un grido d’appello”, ho scelto di scrivere due righe per puntualizzare alcuni punti, principalmente due. Questi punti, infatti, sono risultati ostici anche, diciamo, al fronte anti-gender (per semplificare) e mi sembrava opportuno provare a esprimere meglio il mio punto di vista rispetto ad alcune affermazioni. Perdonatemi, quindi, stavolta sarò un pochino più noioso e meno emozionante, probabilmente.

Veniamo al sodo: i punti più critici sono stati l’accenno alla genetica e l’utilizzo del termine identità di genere.

Sulla genetica, mi riservo di tornarci, potete comunque trovare informazioni sul mio punto di vista in questo post.

Per quanto riguarda l’utilizzo del termine “identità di genere”, anche qui capisco che il momento storico in cui siamo inseriti, la strumentalizzazione del linguaggio da più parti, non aiuta a capirci.

Ho scelto, quindi, di trarre spunto da un libro. Libro fondamentale per me, ricco, e di cui consiglio la lettura integrale. Guarda un po’ il libro si chiama proprio “Identità di genere, manuale di orientamento.” Autore, l’amato/odiato Joseph Nicolosi. E’ evidente, quindi, che il problema non è nel termine in sé “identità di genere”, visto che può essere utilizzato per sostenere visioni diverse, ma dall'utilizzo che ne viene fatto. La cosa più interessante di questo libro, a mio avviso, è che in più pagine si dà voce alle esperienze dirette dei pazienti, al loro mondo interiore e alla loro visione delle cose. Ci tengo a precisare che questo post non mi identifica come un sostenitore a tutto tondo di Joseph Nicolosi. Non entro infatti nel merito del suo modello, che a tratti mi sembra semplicistico, e neanche della cosiddetta terapia riparativa che, ad oggi, non sono ancora riuscito bene a capire su cosa si differenzierebbe da una buona terapia che senza preconcetti scavi nell'inconscio e fornisca strumenti per relazionarsi nel presente senza i modelli ripetitivi del passato.  Mamma mia, quanto sono lungo nelle introduzioni. Il centro di questo post, comunque, è semplicemente riunire qui una serie di citazioni, da me già inserite su Facebook, in cui si dà voce diretta ai pazienti e al loro vissuto. Perché lo faccio? Perché il cammino verso il superamento di eventuali ferite infantili è lungo, quotidiano. A volte ci si sente soli. E allora, tutti quelli che vogliono possono tornare qui, rileggersi qualcuna di queste righe. Penso poi che vada dato spazio a queste esperienze, che per parlare delle cose e schierarsi pro/contro terapia riparativa sia necessario capire un minimo di che si parla. Ecco qui, provo, quindi, ci siamo, diamo voce a loro, al coraggio e alla tenerezza, di uomini che quotidianamente lottano, faticano e cercano la propria mascolinità. Buona lettura, Buon anno. Pensiamoci un po’ alla storia delle chiavi. Buon cammino.

A presto
Joseph Marlin


Citazioni dal Libro Identità di genere, Joseph Nicolosi



Rapporto con il padre e con la perdita


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"Sul suo diario, un giovane ammette realisticamente quello che ha perso e spiega come è venuto a patti con la perdita:
Papà non è riuscito a darmi una cosa essenziale. Non mi ha bollato, segnato con qualcosa che gli altri ragazzi hanno; mi manca quel segno di convalida. Sono diverso, so che mi manca qualcosa.
Non mi ha dato qualcosa che gli altri uomini hanno ricevuto e per questo sento una perdita.
Posso aver successo negli sport, svolgere compiti, fare un lavoro, andare in ufficio, entrare in terapia, relazionarmi con i ragazzi, ma non avrò mai, mai veramente quello che mi è mancato. Non lo dico con rabbia o disperazione. Posso vivere senza questa cosa che mi manca, ma non mi distruggerà o spingerà a passare all'atto omosessuale. E' scomoda, ma non deve necessariamente controllarmi. Ma saprò sempre che c'è e ora anche da dove è arrivata.
Prima, il rifiuto di accettare che "qualcosa mancava" era all'origine dell'impulso omosessuale. Il mio rifiuto di accettare quella mancanza ha creato la falsa speranza che qualche uomo, un giorno, mi avrebbe dato quello che io non avevo.
Gli altri uomini possono darmi qualcosa che mi permette di convivere bene con la mancanza; questo lo so. Ora, cerco un tipo diverso di abbraccio."

Joseph Nicolosi, Identità di genere

Connessione emotiva e sesso gay

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"Deluso dal sesso gay, un altro cliente mi ha parlato di un momento della sua adolescenza che riassume la semplice essenza di quello che in realtà cercava negli uomini: 
Jim e io avevamo sciato tutto il giorno. Alla sera avevamo fame e ci siamo seduti a un tavolo di legno, l'uno davanti all'altro. Mentre mangiavamo la pizza e bevevamo la cioccolata calda, c'era tra noi una silenziosa comprensione e accettazione. Non dovevo preoccuparmi di dire qualcosa di divertente, di intelligente o di tirar fuori la battuta giusta. In realtà, non c'era neanche bisogno che parlassi, mi sentivo apprezzato solo per il fatto di essere lì e di essere me stesso.
Durante quel semplice pasto, abbiamo condiviso molto più della pizza. Ci sentivamo vicini come fratelli, autenticamente in contatto. Al massimo avremmo detto "è buona". Ma il nostro semplice silenzio in qualche modo parlava molto più profondamente di come ci stavamo relazionando cuore a cuore da uomo a uomo. Quando ripenso a quella sera, mi rendo conto di quanto siano importanti e di quanto desidero i momenti di connessione emotiva come quello; è una specie di silenziosa comprensione, una compagnia tra uomini che è così difficile da spiegare, ma così vitale."

Joseph Nicolosi - Identità di genere

Il centro del mio petto

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L'uomo che lotta, gradualmente sviluppa un senso di padronanza di sé, descritto cosi da un cliente:
L'altra sera mi è venuta voglia di fantasticare sugli uomini: Mi sono chiesto. Qual è il sentimento al centro del mio petto, che cosa mi sta dicendo? Ho paura. Paura di cosa? Voglio protezione, conforto. Ma protezione da cosa?
Una cosa è chiara, ora che sono arrivato fin qui: il comportamento sessuale è una conseguenza del fatto che io mi sento "meno" degli altri uomini. E' quello che succede quando ripeto quella voce negativa su di me. E' sorprendente come mi sia facile sentirmi male con me stesso. Poi mi ricordo: ah, eccola qui ancora quella voce che mi dice che sono debole. Ma il sesso con gli uomini è solo una pseudo-assertività: è il seme che nasce dal terreno della vergogna.
Il mio impulso omosessuale segnala che ho appena saltato una lezione di assertività. Devo tenere il dito sul... (si tocca il centro del petto), come il bambino olandese, che teneva il dito nel buco della diga. Se non lo faccio, ci sarà una devastazione. Devo essere deciso su questo: in passato ho scelto di non affrontare i miei problemi, di non pensare a quello che mi faceva male, finché non era troppo tardi, dopo che ero passato all'atto.

Joseph Nicolosi, Identità di genere


Sono abbastanza uomo

Liberata dal potere dominante del lutto e delle difese che suscita, una nuova identità emerge per l'uomo che la cerca.
E' il vero sé dotato di genere che comporta la capacità di una sana intimità maschile, che dona una silenziosa, ma certa convinzione: Sono abbastanza uomo. E riduce profondamente e sempre di più il potere illusorio dell'omosessualità.

Joseph Nicolosi, Identità di genere








venerdì 23 dicembre 2016

L'angoscia del Natale





E poi sono tornato a casa. C’è l’albero. Il presepe. Ci sono i miei. I miei fratelli. La casa in cui sono cresciuto. C’è la voglia di stare insieme. Di godersi le feste. C’è la recita di Natale. I bambini che aspettano i regali. Parenti che cucinano da un mesetto almeno. “Che faccio congelo?”

Poi penso ad altre cose: penso a un servizio del TG3. Di diversi anni fa. Penso al giornalista che parlava di “angoscia del Natale.” Parlava della corsa ai regali, delle code, del traffico congestionato, della poca voglia di stare con i parenti. Allora si, mi rendo conto, che abbiamo reso quasi tutto paradossale: “angoscia del Natale”, quanto mi suona strano. Per carità, posso anche capire i livelli di stress, l’organizzazione e quello e quell’altro. Tutte cose da cui mi tiro magistralmente fuori. No, non ne sono fiero. Non riesco a stare appresso a questa roba, scusatemi. Però sono felice.

Mi piace stare tutti insieme da nonna. Il caos, stretti. La fila per metterci seduti. Il nervosismo che si respira. Sono felice, perché oggi è nato il Salvatore. Ma davvero abbiamo bisogno di essere salvati? SI penso di si. Penso che Gesù è venuto proprio per me. Non è venuto per Joseph bravo psicologo, che sa come funzionano le cose, che si sente sicuro di sé, di quello che è e di quello che fa. E’ venuto per Joseph, quando è stanco, quando non capisce il perché di tante cose, quando si arrabbia, quando fuma troppo. Quando è deluso, solo, lontano da tutto e tutti. Quando cade.E’ li che è venuto a salvarmi, perché li, davvero, solo Tu, puoi entrarci, nessun’altro. Si è per questo che sono felice, perché ho Chi mi salva, quando io non posso salvarmi, quando non sono in grado di sistemarmi le cose. E tu ce l’hai un Salvatore? Eh no, non venirmi a dire che a te tutto quadra sempre, perché non ci credo. Al massimo ti sei rassegnato al fatto che le cose non sempre tornano, forse.


E sono grato. Di tutto. E stiamo per metterci a tavola. “Manca un posto.” “Ci pensi tu, zio?”. “Se capirai, quello prima che si muove.” Eh no, non siamo perfetti, non sono perfetto. Siamo chiamati a crescere nell’amore. Ma abbiamo Chi ci salva, grazie a Dio. Allora no non provo angoscia, ma una grande voglia di ringraziare. Grazie, Signore. Grazie Gesù. Benvenuto anche quest’anno. Grazie di non stancarti mai. Di me. Di noi. 

venerdì 16 dicembre 2016

Omosessualità, un grido d’appello



Questo voglio provare a dirlo. Nascono uomini e donne che hanno bisogno di essere sostenuti nello sviluppo dell’identità di genere. Forse questo non andrà bene ai puristi, quelli che non vogliono assolutamente sentir parlare di predisposizioni genetiche per quanto riguarda l’omosessualità. Questo mi sembra falso: la genetica, in associazione con l’ambiente, rientra in tantissime cose, praticamente in tutto. Esiste un temperamento di base. Nascono bambini più timidi, più irritabili, più sensibili di altri. Alla nascita, come temperamento di base. Accogliendo in loro il mix che gli viene dato dall’unione dei loro genitori. Questi bambini devono essere sostenuti dai loro genitori, per sviluppare al meglio le loro potenzialità, le loro qualità. Questo vale per tutti i bambini, è questa la missione dei genitori. Alcuni, però, devono essere sostenuti più di altri. Esistono bambini difficili. Quelli di cui si dice: “Non capisco perché fa cosi, il fratello era tanto tranquillo.”

Bene, allo stesso modo esistono bambini il cui sviluppo dell’identità di genere, il loro sentirsi come appartenenti al proprio sesso, è più a rischio. Voglio, oggi, lanciare un grido d’appello da queste pagine: non abbandoniamo questi bambini, aiutiamoli nello sviluppare la loro identità di genere. Il senso di appartenenza al genere maschile è una delle conquiste più grandi che abbia mai dovuto apprendere nel corso della mia vita. Una delle sfide più grandi che affronto ma che anche mi ha regalato le gioie più grandi. Non lasciamo questi bambini in balia del loro vittimismo, senso di colpa, invidia verso un mondo che da una parte rigettano, dall’altra idolatrano, sperimentando grande sofferenza e divisioni interne. Non diamo loro l’unico messaggio: “Ehi piccolo, è tutto ok, vieni, ti mostro un mondo fantastico in cui ci sono tanti diversi come te.” Che faremo quindi? Obbligheremo questi bambini a giocare con i camioncini e le bamboline perché così deve essere? Non lo so, ma possiamo fare di più. Dobbiamo fare di più. Non lasciamo questi bambini per tutta la vita, a ricercare tristemente attraverso atti sessuali un senso di appartenenza che non troveranno mai. Vittime per tutta la vita di fantasie sessuali in cui uomini forti e potenti danno loro quello che sentono di non avere, in un ciclo di dipendenza. “Ma non tutti gli omosessuali hanno questo tipo di problemi”.  “Esistono coppie stabili, fedeli e serene.” Ok, non mi interessa, posso dire che non mi interessa? Parlo di quelli come me, ce ne sono, ve lo giuro, non siamo esseri mitologici. Quelli come me che questi problemi li hanno conosciuti eccome. C’è posto per tutti in questa società, e per noi non c’è posto? Per quelli che vedono l’omosessualità come una grande illusione e vorrebbero sviluppare le proprie potenzialità come maschi, o come femmine, non c’è posto? Non c’è soluzione? Non c’è possibilità? Solo “omofobo”, “sfogati”, “fatti una scopata”, “checca repressa” o “vivila più easy amico”?


Credo che qualcuno dovrebbe occuparsi di noi, dovrebbe essere tenero con noi, abbracciarci, spiegarci che non fa niente se a noi non ce ne frega niente del pallone o dei soldatini, dovrebbe dirci che quelli là, gli altri bambini, sono come noi, forse solo un po’ più vivaci, estroversi, competitivi. Che se ogni tanto piangiamo più degli altri non succede niente. Non tagliateci fuori subito. Non lasciateci soli a pensare che papà è cattivo, che i maschi sono cattivi. Non sto parlando di decostruire gli stereotipi o roba simile. Quelli fanno parte del gruppo sociale. Dove c’è gruppo, c’è stereotipo. Sto dicendo che qualcuno, però, dovrebbe aiutarci a trovare il nostro posto lì. Non sbatterci a giocare con le femmine. O oggi, addirittura, costringere i nostri amici maschi, a fare giochi da femmine, così noi ci sentiamo meno soli. E poi? A 15 anni arriveremo nel nostro primo locale gay, dove finalmente riceveremo dal primo cinquantenne il riconoscimento come uomo che avremmo sempre voluto. E poi, continueremo a cercarlo tutta la vita. Mentre i nostri amici, quelli più estroversi e indisciplinati, grazie all’esperienza vissuta, nel frattempo, hanno messo la testa a posto e mettono su famiglia. Mentre noi siamo chiusi in un ciclo di dipendenza sessuale. Vi supplico, sosteneteci da bambini, con amore, affetto, attenzione verso uno sviluppo più integrato. Ok, saremo più permalosi di altri, forse più chiusi, sensibili o non so che altro. Non abbandonateci, vi supplico. Stateci vicino. Come per un bambino particolarmente capriccioso ci vuole particolare pazienza nel sostenerlo nella disciplina, noi abbiamo un particolare bisogno di essere sostenuti nella nostra mascolinità o femminilità. Provateci, genitori, insegnanti, psicologi, formatori. Il bambino che ero e l’uomo che faticosamente, ma con orgoglio e gioia, cerco di essere oggi ve ne saranno grati. Entrate in questa sfida, aiutateci.  Aiutateci a sviluppare la nostra identità di genere.

domenica 11 dicembre 2016

L’insaziabile bisogno di essere visto e la voglia di volere















Che poi oggi lo vedo con sempre maggiore chiarezza. Il danno, la ferita, il buco che mi porto dentro. Il laccio che limita la mia libertà. No, non parlo dell’omosessualità. Quella è una conseguenza, è un tentativo maldestro della mia psiche di proteggermi, di risolvere le cose. Lo vedo quotidianamente e ogni giorno ci faccio i conti. L’insaziabile bisogno di essere visto. E’ questo il centro, lo snodo centrale. Il narcisismo. Quando gli altri non esistono, se non in funzione mia. Quando in ogni situazione non posso accontentarmi di essere uno tra tanti. Ma in ogni situazione devo essere quello speciale, quello particolare, quello che gli altri ricordano. L’applauso poi, desidero l’applauso forte e scrosciante. “Che bravo ragazzo sei Joseph.” Eh si forse non ci vuole la psicologia, per vedere me bambino che disperatamente cercava amore dai suoi genitori e lo trovava solo a certe condizioni. E allora doveva farsi vedere. E oggi? Oggi sto crescendo, oggi sono sempre più consapevole di questo, dei lati oscuri del mio carattere, della mia profonda strumentalizzazione delle relazioni. E poi, tutto qui? Si resta cosi? Non lo so, credo di no. Oggi ho voglia di desiderare. Voglio volere, direbbe Ligabue. Voglio volere cosa? Voglio voler amare. Voglio voler godere delle relazioni, delle situazioni, libero dal servire me stesso. Voglio voler perdonare i miei genitori. Voglio volerli abbracciare. “Vi capisco, avete fatto quello che potevate!” Voglio voler essere un uomo tra gli uomini, qualsiasi. Voglio voler amare ogni giorno di più la mia ragazza. Eh si, il narcisimo non va a braccetto con l’amore. Voglio voler essere grato. Voglio volermi donare. Voglio voler essere libero dall’invidia. E allora le cose assumono un altro significato. No, non sono solo Joseph, il bambino con un insaziabile bisogno di essere visto, sono di più, sono anche Joseph, che vuole desiderare di amare, di essere una persona migliore, di perdonare gli altri, di andare incontro alle necessità degli altri, che vuole voler dimenticarsi se stesso, e la propria immagine costruita di vittima eroica. Ci riesco? Non ci riesco? Ma davvero, amici miei, conta? Io credo di no, credo che ciò che dà un senso che alla nostra vita è ciò che abbiamo nel cuore, quello che desideriamo desiderare. Al di là della nostra umanità, che può essere stata corrotta dai fatti della vita, che è soggetta a fluttuazioni sulla base di sentimenti, pensieri. Cose che vanno e vengono. Le intenzioni che desideriamo avere, restano. Sopra a tutto. E vanno coltivate, amate e sostenute. Che stiamo cercando? Viviamo come vittime dei condizionamenti passati o vogliamo di più? Non sto parlando di sognare mondi paralleli ed impossibili. Sto dicendo di cercare, dentro di noi, l’intenzione profonda che desideriamo, al di là di come sono andate le cose per noi. Cosa, farò in questa ricerca dell’amore? Bastonerò a sangue la mia parte che ha un insaziabile desiderio di essere visto? No, assolutamente, sembra un paradosso, ma io voglio voler amare anche questa parte. E’ questo che voglio, voglio voler amare, nel senso più alto che c’è dell’amore.

lunedì 10 ottobre 2016

Papà, lo sai che mi somigli?



L'altro giorno, per una banale discussione con mio padre, ho avuto uno scatto di rabbia molto forte. La discussione era banale, il mio vissuto no. Ho sentito dentro me un profondo senso di impotenza, una vergogna profonda, nel sentire quanto l'appoggio di mio padre fosse limitato, quanto lui non potesse soddisfare i bisogni che sottostavano quella banale discussione. Allora ho gridato, ho gridato forte. Ho gridato il mio dolore, anni di sofferenza. Ho gridato perchè quel divario che per anni ho sentito era riemerso nella sua interezza e rischiava di lacerarmi dentro se non lo facevo uscire tutto. Ho gridato perchè quando ti senti bastonato e non sai perchè è normale farlo. E io mi sentivo così. Non mi sto giustificando. Sto spiegando come mi sentivo dentro. Oggi sono grande. Avrei potuto trovare altri modi per gestire quel vissuto, forse più utili. Ma no, non sempre ci riesco. Poi, gli ho gridato cose brutte, su quanto il suo modo di fare mi avesse annientato nella vita, su quanto lui non valesse niente. Poi sono uscito. Mi sentivo terribilmente in colpa. Sentivo di aver fatto un danno irreparabile. Di aver sbagliato. Che io non mi devo permettere. Che lui fa il meglio che può e che molte volte fa bene. Pensavo, però, allo stesso tempo, che nonostante avesse sbagliato, non dovevo permettere a me stesso di negare il bisogno, il vissuto, che aveva generato quella reazione. Ho pianto, pianto tanto. Poi l'ho chiamato, gli ho chiesto scusa, e diversamente da come facevo di solito non pensavo dentro di me "non ci parlerò mai più, è impossibile", ma gli ho detto "ti prego, però papà ,superato tutto questo, parliamone mettiamoci a tavolino, voglio spiegarti perchè ho fatto cosi, mi piacerebbe che anche tu lo facessi, non lasciamo correre anche stavolta." Poi sono tornato a casa. Lui era sul divano. Mi ha detto: "vieni qua". E io mi sono messo lì, mi è venuto spontaneo abbracciarlo, poggiare la mia testa sulla sua pancia. Non so quanto tempo siamo stati li. Ero tornato bambino, mi cullava. Mancava solo la ninna nanna. Mi ha accarezzato i capelli, ci toccavamo le mani, sentivo il suo cuore nel mio orecchio, toccavo il suo petto, ogni tanto ci stringevamo forte. Mi ha detto: "Sei prezioso." Allora ho pianto, quanto mi è mancato tutto questo, quanto mi mancherà, papà. So che non volevi. Stringimi più forte. No non c'era più bisogno di parlare, non ora. Eravamo cosi vicini. A un certo punto ci siamo alzati e siamo rimasti a guardarci negli occhi. Tentavamo di fare dei gesti sincroni. Anche nella mimica facciale. Io imitavo lui, lui imitava me. Poi ci veniva da ridere e abbiamo riso insieme, tanto. A un certo punto, mentre ci guardavamo negli occhi, è come se un velo si fosse tolto. Si fosse tolta la paura, la diffidenza, anni di ferite. A un certo punto l'ho visto. Papà, sai che ci somigliamo? Giuro, forse lo sapevo a un livello superficiale, ma non lo avevo mai sentito. Non so come andranno le cose per me, se certe cose poi che si sono frantumate in modo cosi impetuoso, possano tornare com'erano prima. So però che sono fiero del mio percorso, se non lo avessi fatto, non sarei qui oggi. Non avrei sentito che mio padre, in fondo, mi somiglia. Che ho i suoi occhi, il suo sorriso. Forse in tutti questi anni, anche mio padre, alla fine si è lasciato coinvolgere. Ha saputo mettersi in discussione e oggi siamo riusciti a vederci e a sentirci, reciprocamente. Non so se tutti avranno questa fortuna, quello che, però, voglio dire è che, spesso, dietro le attrazioni per lo stesso sesso, si nascondono desideri profondi e legittimi. Giusti. La mia speranza, è che quelli che vi si trovano e riconoscono questo, possano intraprendere un percorso che li porti a conoscere sempre di più questi desideri e a riuscire a soddisfarli. Ognuno con i suoi modi, le sue modalità. La ricchezza che c'è in questo lungo ritorno a casa, nel ritrovare cose che ci spettavano di diritto ma che, per un motivo o per un altro, ci sono state negate, è qualcosa per cui ritengo le parole non possano bastare per descriverlo. Bè oggi te lo sei meritato papà. Forse avrei voluto che tutto questo avvenisse prima, avvenisse più spesso. Però, grazie. Non conta prima. Conta oggi. Oggi so che mi somigli. Ti voglio bene.

Joseph Marlin

mercoledì 31 agosto 2016

Omosessualità: possibili rimedi …alle ideologie




Allora lo faccio. Ci provo. Provo anch’io ad inserirmi nella lista di coloro che hanno scritto, detto e condiviso qualcosa sull’origine dell’omosessualità. Sono certo che un’opinione in più mancava. La mia. Eccola. Prima di partire vorrei chiarire da subito alcuni aspetti. Non è lo scritto definitivo che finalmente scioglierà ogni dubbio. Non sono qui per presentarvi l’ultimo studio che finalmente ha risolto tutto: “Trovato il gene dell’omosessualità.” o dall’altra parte: “Si può cambiare. Sfatati i miti delle lobby LGBT.” Sono qui, semplicemente, per condividere con voi un ragionamento. Ragionamento che viene un po’ dai miei studi, un po’ dalla mia esperienza, un po’ anche da quello che viene definito senso comune.
Bene, partiamo. La domanda, la più classica, la fatidica. “Gay ci si nasce o ci si diventa?” Prima di tutto, mi piacerebbe inserire la questione in un contesto più ampio. Non si tratta, infatti, di una domanda che ha solo a che fare con l’omosessualità ma di un dibattito presente da tempo immemore nel mondo delle scienze, della psicologia, che cerca di chiarire quali sono i ruolo svolti da “natura” e “cultura”.
In inglese è definito “Nature vs. Nurture” (“Natura contro Cultura”) – per Cultura si intende nutrimento, allevamento, educazione, cioè le dinamiche dello sviluppo relative all’ambiente e agli imprinting socio-culturali - il dibattito senza fine che oppone le qualità umane individuali innate (innatismo) a quell e acquisite con l’esperienza (comportamentismo). Ai due estremi, si sostiene o che tutti i tratti comportamentali degli umani derivino più o meno esclusivamente dalla Natura (“determinismo biologico”) o dalla Cultura (è l’ipotesi chiamata “tabula rasa”).
In realtà la questione è piuttosto complessa, per quanto riguarda ad esempio il cervello, si può dire che il suo sviluppo è sia programmato geneticamente sia dipendente dall’esperienza. Le esperienze, infatti, in particolar modo quelle infantili, sono in grado di influenzare la trascrizione genica, di attivare o disattivare determinati geni. Le esperienze hanno effetti diretti sui processi che portano allo sviluppo dei circuiti neurali, creando nuove connessione sinaptiche, modificando quelle preesistenti o favorendone l’eliminazione. Ad esempio studi sulla depressione o sulla schizofrenia mostrano come la presenza di alcune varianti genetiche porti all’esprimersi della malattia solo in un individui che hanno vissuto eventi particolarmente stressanti.
Quindi, tornando a noi, la domanda forse è posta male, sarebbe più corretto chiedersi in che modo fattori genetici e ambientali interagiscono tra loro per dar luogo all’orientamento sessuale?
Tra l’altro la domanda così come è posta mi sembra da risposta banale, anche se non voglio essere semplicistico. No, non si nasce omosessuali, come non si nasce eterosessuali. Queste due fattori implicano un’attrazione che, sicuramente, non è presente alla nascita, in nessuna delle due condizione, ma si svilupperà nel tempo. Quindi cosa si intende con si nasce omosessuali? Che un determinato gene predetermina dalla nascita che quell’individuo dalla pubertà in poi proverà attrazione per lo stesso sesso? Mi sembra improbabile sia cosi, i progressi della biologia molecolare hanno ormai affossato l’idea dietro al “determinismo biologico”, che sia la genetica, da sola, a determinare i tratti più complessi della persona e della personalità, dimostrando come il DNA interagisce con i segnali trasmessi dagli altri geni e dall’ambiente. Sebbene a livello dell’individuo particolari geni influenzano lo sviluppo di un dato tratto, ciò avviene sempre nel contesto di un dato ambiente. Anche nei casi in cui si sono scoperti geni a cui si può attribuire uno speciale contributo nella formazione di tratti psicologici come l’intelligenza e la personalità, in diverse circostanze ambientali, ad esempio di deprivazione, gli stessi tratti subirebbero uno sviluppo radicalmente diverso. Quindi, al massimo, potremmo dire che è nata una persona maggiormente predisposta all’omosessualità che all’eterosessualità. Cosa vuol dire questa cosa? Così, a percezione, è più probabile che indichi un orologio biologico che a 11, 12 anni scatta e comincia a suonare con la scritta: “Attrazioni per lo stesso sesso attivate” o piuttosto un temperamento di base, non connesso alla sessualità, ma che potrebbe in modo indiretto influire su di essa, che insieme a determinati fattori ambientali, esperienze di vita potrebbe portare all’instaurarsi di questo tipo di attrazioni?
Quale potrebbe essere questo tipo di temperamento? Quali questi fattori ambientali? Non voglio calarmi troppo nello specifico in supposizioni di questo genere ma piuttosto dare un quadro generale, molto generale, ma che mi sembra valido, all’interno del quale si possono inserire diverse ipotesi.
Semplificando di molto decenni di studi di psicologia penso si possa affermare che un impatto fondamentale sullo sviluppo di alcune caratteristiche piuttosto che di altre lo hanno in senso ampio le relazioni, in particolare la qualità delle nostre relazioni. Gran parte della psicologia dello sviluppo di oggi si concentra, infatti, sulla qualità delle relazioni molto precoci del bambino con il caregiver. “Il bambino si costruisce un modello interno di se stesso in base a come ci si è preso cura di lui”, afferma John Bowlby, uno degli autori più influenti nell’ambito della psicologia dello sviluppo, il primo a parlare di attaccamento come sistema motivazionale innato di cui è dotato il bambino alla nascita, che lo porta a cercare la vicinanza e il contatto con le persone che si prendono cura di lui. Molti studi di neuroscienze mostrano come queste relazioni hanno un impatto sul successivo sviluppo del cervello. In particolare sembrerebbero centrali, in particolar modo nell’infanzia, per uno sviluppo cerebrale “armonioso”, i momenti che vengono chiamati di “sintonizzazione emotiva”.  Quando guardandomi con un altro, io mi sento visto, quando, anche se a un livello non cosciente ho questa certezza: “io so che lui sa quello che sto provando.” Essere riconosciuti per quello che si è. Nei primi anni di vita centrale è quindi la responsività del caregiver ai bisogni reali del bambino.
La qualità delle relazioni, quindi, la capacità di un genitore di vedere il bambino per quello che è, sapere riconoscere i suoi bisogni autentici e supportarlo nella sua crescita. Tutto questo sembra avere un impatto sul modo in cui memorizziamo delle informazioni piuttosto che delle altre, sul modo in cui ci emozioniamo e ci rapportiamo alle emozioni stesse, sulla nostra esperienza soggettiva, su come elaboriamo rappresentazioni personali, su come siamo in grado di relazionarci con gli altri e chi più ne ha più ne metta. Attenzione, non sto dicendo che la qualità delle nostre relazioni infantili determina tutto questo, sto solo dicendo che la qualità delle nostre relazioni infantili ha un impatto su tutto questo come su tante altre cose. Ovviamente poi successivamente avranno maggior importanza le relazioni con il gruppo di pari.
La domanda quindi che mi sorge è: perché questo fattore va escluso a priori nella costruzione dell’orientamento sessuale? Perché questa visione, che viene accolta per moltissime altre cose, per l’omosessualità diviene retrograda? Tralasciamo tutto il discorso sulla plasticità cerebrale, sulla possibilità per tutta la vita (pur con difficoltà) di ricreare connessioni che non sono state create nell’infanzia, sulla possibilità di un cambiamento, ma per l’omosessualità è davvero così difficile anche solo accettare un quadro generale di geni più ambiente? Questo quadro generale potrebbe aiutarci nell’interpretare l’omosessualità o vale per tutte le cose meno l’omosessualità?
Forse salto di palo in frasca, ma perché io studio all’università che il bambino instaura una relazione con la mamma sin dal grembo, e poi per giustificare l’utero in affitto ci sono decine di psicologi pronti a dire che non è così? In nome di cosa per alcune caratteristiche si applicano alcune categorie e per altre vengono completamente tralasciate?
La paura è che si finisca davvero per essere retrogradi. Abbandonando la scienza, a volte anche la logica, in nome di un’ideologia. E’ questo il rischio che si corre. Da ambo le parti.  


martedì 17 maggio 2016

Tienimi l'ultimo posto, Dio




Tienimi l’ultimo posto, Dio.
Quello che non dà troppo nell’occhio,
in fondo alla tavola,
più vicino ai camerieri che ai festeggiati.
Perché non so stare con le persone importanti.
Non so vincere.
Non sono capace a far festa come gli altri.
Tienimi l’ultimo posto, Dio.
Quello che nessuno chiede.
Giù, in fondo al bus sgangherato
che trasporta i pendolari della misericordia
ogni giorno
dal peccato al perdono.
Tienimi l’ultimo posto, Dio.
Quello in fondo alla fila.
Aspetterò il mio turno
e non protesterò se qualche prepotente
mi passerà davanti.
Tienimi l’ultimo posto, Dio.
Per me sarà perfetto
perché sarai tu a sceglierlo.
Sarò a mio agio.
e non dovrò vergognarmi
di tutti i miei errori.
Sarà il mio posto.
Sarà il posto di quelli come me.
Di quelli che arrivano ultimi,
e quasi sempre in ritardo,
ma arrivano
cascasse il mondo.
Tienimi quel posto, Dio mio.
di Eric Pearlman

venerdì 13 maggio 2016

Se "Love is Love", dico anch’io la mia.



Ok ci provo. Sicuramente uno dei post più impegnativi scritti finora. La testimonianza a cuore aperto sui miei trascorsi omosessuali? La lotta apocalittica con la Verità fatta persona? Niente al confronto. Qui la posta è molto più alta. Qui è tutto molto più fraintendibile. Voglio parlare di lei, di noi. Perché lo faccio? Per fare un post un po’ sul versante sentimentale? Per rispolverare un po’ di romanticismo? No la faccio per un altro paio di motivi. Un po’ glielo devo. A lei, dico. Eh si avete ragione questo è un po’ sentimentale.
Il motivo principale, comunque, è che voglio parlare dell’amore. Love is love, no? Bene, parliamone allora. Io vi dico quello che ho trovato io, quello che ho capito io. Chi è lei per me. Poi se vi va di raccontarmi altri tipi di amore, li ascolto volentieri.
Comincio col dirvi che io la ragazza in questione la conosco da una vita, ne abbiamo passate varie insieme. Continuo col dirvi che io questa ragazza l’ho ferita. Non una volta sola. Tante volte ci siamo detti “Ti amo”, per poi ritrovarci il giorno dopo a raccontarci che il nostro rapporto non poteva funzionare. Ci siamo presi e lasciati. Più io che lei, sinceramente. Tanti dubbi, domande. E se la sto prendendo in giro? E se, in fondo, io una donna non la so amare? Ma sono realmente attratto da lei fisicamente? E poniamo che, si, forse sono pronto per stare con una donna ma chi mi dice che sia lei? Forse è troppo insicura, fragile, a tratti quasi ingenua. Mi sentivo di avere un vaso di ceramica nelle mani di un elefante. Forse dovrei stare con una donna così, così e così, mi dicevo. E lei vedendomi così instabile e restio nell’aprirmi autenticamente con lei, avrà avuto le sue perplessità. Le mie domande si potrebbero riassumere con “E se mi scopre, che succede?”
“E mi sentivo un colpevole prima o poi lo prendono, ma se spariscono le prove poi l’assolvono.”, diceva Povia in una famosa canzone che in qualche modo mi riguarda da vicino. Ecco io mi sentivo così.
Cos’è cambiato? Perché siamo qui? Perché stiamo per compiere scelte così impegnative? Cosa ci ha salvato? Ok per chi già mi ha letto forse risulterò ripetitivo ma la scelta ci ha salvato, in particolare la scelta dell’amore.
Un bel giorno, in un periodo intenso, uno dei quei periodi in cui la vita con la sua carica di drammaticità ti fa piantare i piedi ben a terra e alzare lo sguardo un po’ al cielo, ci siamo guardati negli occhi e ci siamo accorti che ci volevamo bene davvero. I nostri tentativi di un rapporto stabile, però, erano tutti già miseramente falliti.
E ora che si fa? Noi a realizzare quel bene ci avevamo già ampiamente provato, non funzionava. Abbiamo scelto, allora. La sincerità, pima di tutto. Basta cazzate, tipo questo tra fidanzati si può dire, questo meglio di no. Dirci tutto e basta, punto primo.
Punto secondo: il mio amore è totalmente insufficiente per questo, questo e quest’altro motivo, ma prometto che non desidero niente di più che amarti davvero, mi impegnerò in questo. L’impegno.
Abbiamo scelto quindi di amarci, di impegnarci in questo e di parlarne sempre. In particolare proprio quando queste cose ci sembrano vacillare. Quanta fatica, ma quanta bellezza, verità, amore! Un incontro vero, finalmente! Ognuno con le sue fragilità e insufficienze, ma con la possibilità di fare sempre meglio, imparando insieme a donarci l’uno all’altra. Che rivoluzione è stata per me, per noi!
L’amore è soprattutto una scelta. Quando quel giorno non mi va, e magari anche quello dopo. Quando devo aspettare perché per salutare a fine serata ci metti una vita. Quando mi tempesti di domande e io vorrei solo stare zitto. Quando mi metti in mezzo raccontando ad altri storie di noi due che io avrei volentieri tenuto per me. Quando provi a organizzarmi il mio week-end di riposo con improbabili gite. Quando dopo un bel po’ che stiamo al telefono non vuoi proprio attaccare e mi chiedi se ti penso, quando vuoi coccole e protezione e io vorrei solo farmi gli affari miei. E’ proprio lì che scelgo di amarti. Non me ne vado più. Non scappo più. Che gioia, sono libero! Posso amare oltre il mio limite, posso spostare il mio limite ogni giorno un po’ più in là, anche se con non poca fatica. Posso essere davvero tuo, possiamo essere davvero una cosa sola, nonostante me, il mio essere piccolo ed egoista. Un po’ come te, in fondo. Ma che le donne sono più brave ad amare un po’ si sa, dai.
E quando penso a quelle parole, a quelle promesse che tra non molto ci diremo non posso che sussultare di gioia amore mio. Ce l’abbiamo fatta, allora, non erano tutte cavolate, siamo davvero pronti per rinnovare quelle promesse, quell’impegno ogni giorno.
Lo so che è molto diverso da: “E’ finito l’amore.” “Devo ancora trovare quella che mi fa girare la testa.” “Non sento più niente.”
So che dire che l’amore si sceglie, che ci vuole impegno, responsabilità, voglia di cambiare per incontrarsi con l’altro è controcorrente.  Ma questo è l’amore che ho conosciuto io, quello che mi ha fatto uomo, che mi rende felice, che mi ha fatto crescere e che mi permette di mettere a frutto i doni che ho ogni giorno di più. Questo è l’amore che ho conosciuto non solo con la mia ragazza, ma in generale e volevo trasmettertelo.
Le ultime due parole, anche per rispondere ad alcune domande che mi vengono fatte: si sono cristiano. Cattolico. Si nel mio percorso di vita è stata importante la Chiesa, la preghiera, avere un dialogo con Chi credo mi abbia voluto al mondo. E’ stato importante avere un Padre che mi dicesse: “Tu sei molto di più, sei molto di più delle tue insicurezze e dei tuoi errori, guarda nel tuo cuore ci sono desideri grandi, li realizzerai.”
E’ stato importante trovare il perdono e l’amore quando io quei desideri non riuscivo a vederli o non mi interessava proprio di realizzarli perché qualcuno mi ingannava dicendomi che mi meritavo meno. “Farai meglio Joseph, lo so, non rassegnarti, non disperare, credo in te, ti voglio bene.”
Allora oggi mentre provo a raccontarti tutta la bellezza che ho trovato provo a dire a te: “Non siamo solo quello che abbiamo fatto oggi o nel passato, siamo molto di più, siamo anche ciò che vogliamo e desideriamo.
Si, amico mio, possiamo davvero buttare il cuore oltre l’ostacolo, come diceva qualcuno. Ed è straordinario. Se sbagli, se non ti interessa, se non ci riesci, se stai bene così voglio darti un'ultima Buona Notizia, la più importante: “Sei amato, sei un figlio speciale. Qualunque cosa tu faccia, incondizionatamente.” Ti voglio bene (o meglio voglio volerti bene)

                                                                                                                                 
                                                                                                                          
                                                                                                             Joseph Marlin

martedì 10 maggio 2016

Il vuoto pieno



Ricadere. L'abisso. Il non senso. La sensazione di non appartenenza. Non essere. Il dubbio. La sfiducia. Il non essere degno. Il vuoto. Non sono degno d'amore. Chi sono? Uno psicologo, dicono. Un figlio. Un fidanzato. Un amico. Ma io non mi sento nessuno. Non mi sento niente. Solo. In un limbo che non è vita. Il diritto negato e poi dimenticato dell'intimità. Della relazione. Del sentirsi guardati, riconosciuti e nello stesso tempo riuscire a guardare l'altro. Inciampare, e venir risucchiati di nuovo. Nella vergogna. La paura. Come si faceva? Dov'era l'uscita l'altra volta? C'era davvero o in fondo sono sempre stato qui? Freddo. E mentre precipito cerco disperatamente qualcosa a cui appigliarmi. Qualcuno fermi la caduta, vi prego. Io voglio stare. Io voglio essere. Allora mi ricordo della Verità.
Io non sono sempre stato qui dentro. Io, tante volte, da qui ci sono uscito. Io ho sentito la vita. Io ho sentito l'amore. Io sono stato autentico, libero. Vero. Non inibito o bloccato. Io ho amato, abbracciato, toccato. Ho sentito il mio cuore piegarsi verso gli altri. Allora capisco che, forse, l'ho trovato. L'appiglio, dico. E' la Verità. La Verità di chi sono. Io sono di più. Io non sono questo luogo. Questo freddo, questo nulla. Mi accorgo che l'appiglio che ho trovato non è liscio. E' ruvido. E' un ramo ruvido pieno di altri ramoscelli. La corteccia fa male. Un pezzo mi perfora la pelle. Poi un altro pezzo e un altro ancora. Sgorgano fiumi di sangue dalle mie mani. Fa male e comincio a vedere. Scorrono immagini. Un bambino che vuole giocare con suo padre. Poi lo vedo immobile sul pavimento, il suo sguardo è cambiato, è più basso, non vuole più giocare. Ora ha solo paura. Qualcosa si è spezzato dentro. La sua vitalità è stata risucchiata. Poi vedo un campo di pallone. Dei bambini che corrono. La polvere che si alza. I bambini sgomitano per prendere ognuno il suo pallone. L'odore dei fratini. Poi ne vedo uno distaccato, per ultimo. Solo, aspetta il suo turno. Non sgomita, non lotta per avere per primo il suo pallone. L'allenatore gli dice: "Tu si che sei bravo, non sei come gli altri."
Sanguino dappertutto, ora il ramo della Verità mi perfora da parte a parte in ogni punto del mio corpo. Grido: "Io non volevo essere bravo. Io volevo essere come gli altri bambini. Io volevo solo giocare!" Un'altra immagine, un uomo ferito. Continuo a gridare: "Perchè mi avete costretto ad essere buono per ricevere amore? Perchè mi avete messo queste maschere?" E le immagini di una vita continuano a scorrere. E ora sento tutto. Sento la tristezza che mi apre in due. Sento la rabbia potentissima. Violenta. "Chi? Chi ha permesso questo? Perchè l'avete fatto?"
Lotto quasi con la Verità, ora. Un duello ma non mi sottraggo. Ci sfidiamo e siamo quasi complici, ora. Io ho bisogno di Lei, Lei ha bisogno di me. "Non andartene ti prego, fa male, ma io devo sapere. Lotta con me, colpiscimi, fatti sotto, sei il mio unico appiglio."
E ora tutto esce fuori fisicamente da me. La rabbia. La tristezza. Il sangue. E' tutto così potente da invadere la stanza. Tutto si fonde sotto i miei occhi meravigliati. Io e la Verità mentre lottiamo, quasi non ci distinguiamo più. Ora il vuoto è pieno. Pieno della Verità. Pieno delle emozioni che escono da me. In una lotta furiosa che quasi si trasforma in danza. E balliamo, allora. E ora il vuoto è pieno. Tutto poi si fonde e rientra in me. Io sono. Dei brandelli di me, di emozioni e di Verità continuano a riempire il vuoto. Ora, però, io sono molto più del vuoto. Il vuoto enorme che prima rimpiccioliva me è diventato piccolissimo e non può più risucchiarmi. Ci guardiamo, per un po'. Rimane comunque spaventoso. Vorrei potergli dire addio. Ma ormai lo so. Non funziona così. Lui è. Sarà lì. Io ho la Verità dalla mia, le emozioni, il presente e il passato. E poi non so come, dopo tutto quello che ho vissuto, mi viene da dirgli alcune parole: "Grazie per la danza, è stato intenso. Ci si rivede, spero molto in là." E me ne vado. Io sono. Il vuoto piccolo e pieno rimane lì. Per ora.

mercoledì 30 marzo 2016

Preghiera di un giovane ragazzo omosessuale



Ricevo e condivido:

"Signore Padre Buono,
 a Te che piacque di mandare il Tuo unico figlio, Gesù, a morire come il peggiore degli uomini su una croce per me.

Ti prego di farmi sentire accettato e voluto bene dalle persone che ho vicino, che realmente mi vogliono bene, ma soprattutto di farmi sentire infinitamente amato da Te. 
Aiutami a non cercare l'intimità sbagliata con i maschi.
Allontana da me il vittimismo, la curiosità morbosa nell'altro, la ricerca di commiserazione e i pensieri impuri sulle persone. 
Non farmi scappare, non farmi alienare ma donami di STARE. Donami la certezza che, sia dove sarei tentato ad andare, sia le cose che sarei tentato di fare, non portano altro che al dolore. 
Ti prego di donarmi anche la consapevolezza che questa è l'unica e insostituibile strada che Tu, Padre che piange nel veder soffrire i proprio figli, hai pensato affinché io possa essere felice.

<La mia sorte è caduta su luoghi deliziosi, la mia eredità è magnifica>

Guarisci queste ferite che continuano a tormentarmi e spezza queste catene con cui il demonio mi tiene ingannato da sempre. 
Educami, affinché io possa diventare un Uomo. 
Tienimi sempre vicino a Te e non permettere, te ne prego, che mi allontani mai da Te. 
Aiutami ad avere più intimità con Te affinché possa riscoprire l'amore di un padre, poiché il demonio me lo ha strappato via dalla memoria.
Ti mostro infine qual è il desiderio del mio cuore anche se Tu già lo conosci:
Donami una ragazza di cui possa seriamente innamorarmi, un fidanzamento e un matrimonio.

Amen."

martedì 29 marzo 2016

L'intenzione che conta




Perché lo fai? Perché scrivi? Perché hai messo su sto blog? Perché hai scritto quella lettera? Ti sei fatto anche un profilo facebook, adesso! Domande. Alcune mi sono state poste, altre me le pongo io continuamente. Ma non potevi lasciar andare via tutto e via? Il passato è passato-dice qualcuno. Non avevi raggiunto quello che volevi? Perché rituffarti in tutto questo? Perché lo fai, Joseph? Hai forse bisogno di conferme, applausi, hai bisogno di sentirti importante? Hai anche tu il tuo quarto d’ora di celebrità, ora.

Mi fermo. Le risposte potrebbero essere tutto e il contrario di tutto. Perché lo fai? Perché lo fai, DAVVERO? Torno all’intenzione. Da quella non si scappa. Può non essere pura, per carità. Ma lei c’è, è reale. Devo aggrapparmi a quella.

Torno, allora, a quella notte di non molto tempo fa. Notte in cui dissi: “Si sono pronto, facciamo il punto della situazione.” Che volevo?  Perché la penna ha cominciato a scorrere e con impietosa disinvoltura mi ha riportato a luoghi e situazioni che credevo di aver dimenticato? Perché poteva essere d’aiuto a qualcuno. E’ questa la risposta, è questa l’intenzione. La possibilità di andare incontro a qualcuno. Semplice, quasi banale.

Penso allora a tutte le persone che già ho avuto modo di incontrare in questo breve ma intenso tratto di percorso. Penso a tutti gli scambi che ho avuto da quando ho reso pubblica la storia.

Penso a chi mi ha parlato della gioia. Chi mi ha detto: “Grazie Joseph, hai riacceso in me speranze perdute.” “Mi sono rivisto nella tua storia, compreso nel lieto fine.” “Sono stato scelto per favore il padrino di cresima di un ragazzo, pensavo di essere inadeguato, con un maschio poi, invece no, lui mi ha scelto, mi trovo bene in questo ruolo di responsabilità” Vi abbraccio tutti amici miei, non abbiate paura di continuare a diventare gli uomini che siete! Chi mi ha confessato: “Devo dire che un po’ ti invidio.” Chi mi ha aperto il cuore e mi ha parlato delle sue sofferenze. “Non sono stato invitato a una partita di calcetto con tutti i miei migliori amici. Sto malissimo.” “Non mi sento minimamente capito dai miei genitori.” “Mi riconosco in tantissime cose che dici e che hai vissuto, io so che cosa intendi quando scrivi: Io volevo essere come loro.” Già la sofferenza. Il dolore all’interno della famiglia. L’essere rifiutato dai coetanei. Quel senso di non appartenenza. Quel crollo quasi fisico che ti fa arrivare a dubitare di esistere. Quel desiderio doloroso che si trasforma in pulsione sessuale. Questa è la nostra storia. La storia di molti di noi. Di tutti?  No, non lo so. Non mi interessa. Parlo di quello che conosco. Ci si può credere o no a me non interessa dire che l’omosessualità è una malattie o cose simili. Mi interessa accogliere la sofferenza, per chi la percepisce. Mi chiedo che risposta dà a queste sofferenze una larga fetta della psicologia e della società di oggi. A dodici anni lo psicologo della scuola di cui vi ho già parlato mi diede i numeri dell’Arcigay e mi disse: “Qui puoi trovare persone come te, con cui stare bene.” E’ questa la risposta? E’ questa la risposta che accoglieva e leniva i pesi che mi portavo dentro già a quell’età, mentre la maggioranza dei miei amici giocava con i Pokemon? No scusate ma non ci sto. E’ questo quello che mi ha spinto: dare un posto in più in cui persone che vengono strumentalizzate da ogni parte potessero sentirsi accolte nelle loro sofferenze.

Ce ne sarebbero molto altre da raccontare ma finisco con il raccontarvi alcuni scambi più personale suscitati da questa nuova esperienza del blog. Quegli amici che già sapevano che con fierezza mi hanno spinto a proseguire coraggiosamente su questa strada. Un amico in particolare con cui, per diverse ragioni, non ero mai riuscito ad aprirmi, che guardandomi fisso negli occhi mi ha detto “Hai sofferto parecchio, vero?” E io secco: “Si.” Senza piagnistei, vittimizzazioni o banalizzazioni.  Il silenzio. I nostri sguardi che volevano dirsi reciprocamente: “Io so che tu sai quello che hai passato.” Lo sguardo con il mio terapeuta dopo aver letto la lettera. Uno sguardo in cui ci sono passati davanti anni di battaglie vissute assieme.
E poi lei.  La sua commozione. Il leggere la mia storia (tranquilli la conosceva!) là cosi tutta insieme, quasi spietata. I suoi occhi. La dolcezza fatta persona. Sono qui per te, volevo dirgli. Le sue parole: “Sono fiera dell’uomo che sei.” Parole che vibrano dentro, che vorrei incidermi nell’anima se si potesse. Parole che ogni giorno mi permettono di rimanere ancorato alla mia dignità riscoperta.


Allora si è per questo che lo faccio, che scrivo: per donarmi agli altri. Ho ricevuto tanto, lasciatemi restituire qualcosa! No non sono S. Francesco. Anche io spesso sto a guardare se sale il numero delle visualizzazioni. Spesso uso questa storia per sentirmi importante o per alienarmi. È donarsi questo? No, questa è l’umanità. Su quella ci si lavora. È l’intenzione che conta, rimango saldo in quella. È un percorso, ormai avete imparato, no? Bè allora con enorme gratitudine per ognuno di voi, si va. Che dicano quello che vogliono gli altri, io so perché lo faccio. E tu, non vieni con noi?

mercoledì 23 marzo 2016

Forse fa male eppure mi va di stare collegato - La scelta dell'amore





Di colpo lo feci. Scelsi di scegliere ogni giorno. Scelsi l'intenzione quotidiana di abbandonare i miei pregiudizi. La mia idea di giustizia. La mia idea di persona, in qualche modo. Scelsi di abbandonare l'idea di amico, di padre, di madre, di fratello, di fidanzata, di moglie, di figlio. L'abbandonai non con rassegnazione. Scelsi di abbandonare il risentimento, il "loro dovrebbero". Scelsi di scegliere. Scelsi che al di là di tutto e tutti io avevo bisogno di stare in contatto con le persone. Questo non potevo più negarlo. Scelsi quindi l'intenzione che sarei stato io a cercare il contatto d'amore di cui avevo bisogno. Con tutti. Scelsi, di volta, in volta, di cercare io la connessione di cui percepivo un bisogno disperato ma che non arrivava mai. Quanta fatica, quanto impegno! Quanta gioia, autenticità, ricchezza, scoperte e libertà!
No, non ci riuscivo sempre, anzi. Spesso tornavo a fare i capricci. "Loro dovrebbero amarmi di più", "Dovrebbero stare più attenti." "Dovrebbero notarmi." "Perchè mio padre non mi parla mai cosi, con mio fratello lo fa sempre!" "Perchè Tizio non mi saluta mai come voglio io?" "Dovrei essere più bello e più interessante." "Non gioco più, questo gioco mi fa schifo, si perde solo".
Il bambino spesso piangeva e puntava i piedi. L'ho odiato. Poi ho capito che, forse, come provavo a fare con tutti, anche lui aveva bisogno d'amore, di sintonizzarsi con me. "Se non tornerete come bambini..."- diceva qualcuno. Ed è straordinario che questo viaggio di crescita passi proprio per conoscere ed amare quel bambino. Nell'ascoltare tutte le sue ragioni per quell'inspiegabile, immatura e ostinata sfiducia.
 Ho cominciato a parlare con quel bambino, ci stiamo conoscendo, in qualche modo. Quanta sensibilità, quanta tenerezza e delicatezza sotto quella scorza da duro, arrogante e cinico. Ti voglio bene, piccolo mio! Già, ti voglio bene anche se a volte fai dei capricci chiassosissimi e sei inconsolabile. A volte mi sembri così d'intralcio a quell'idea di maturità a cui aspiro.
Stasera, invece, voglio, ringraziarti. Grazie, piccolo Joseph, perchè senza di te non saprei cos'è la meraviglia. Non conoscerei l'importanza di un abbraccio. Di un ti voglio bene sussurrato. La tenerezza di un bacio. La gioia di un piatto di pasta.
 A volte l'ho abbracciato, consolato. A volte abbiamo pianto insieme di fronte al dolore e all'imperfezione della vita.
Le lacrime finivano poi, l'adulto si alzava:"Abbiamo pianto abbastanza per oggi, piccolo." Un bacio, una carezza e poi: "Bene, chi c'è da amare ora?"
E il viaggio ripartiva. Forse fa male, eppure mi va di stare collegato. Nell'amore, per l'amore. Nella felicità, per la felicità.
                                                                                                                     

                                                                                                               Joseph Marlin

mercoledì 9 marzo 2016

La verità, vi prego, sull'amore di W. H. Auden.

Una poesia. Una poesia che cerca la verità e con ironia si pone delle domande impegnative. Domande che in qualche modo hanno accompagnato e accompagnano il mio percorso di vita. Non diteci più stronzate, vi prego. Non ingannateci più. Non mischiateci più le carte. Qui c'è una generazione che è assetata di verità, di felicità. Di amore. Ve lo chiediamo sul serio. Ne abbiamo bisogno. Eccola per voi:    :


 Dicono alcuni che amore è un bambino,
e alcuni che è un uccello,
alcuni che manda avanti il mondo,
e alcuni che è un'assurdità,
e quando ho domandato al mio vicino,
che aveva tutta l'aria di sapere,
sua moglie si è seccata e ha detto che
non era il caso, no.

Assomiglia a una coppia di pigiami,
o al salame dove non c'è da bere?
Per l'odore può ricordare i lama,
o avrà un profumo consolante?
E' pungente a toccarlo, come un pruno,
o lieve come morbido piumino?
E' tagliente o ben liscio lungo gli orli?
La verità, vi prego, sull'amore.

I manuali di storia ce ne parlano
in qualche noticina misteriosa,
ma è un argomento assai comune
a bordo delle navi da crociera;
ho trovato che vi si accenna nelle
cronache dei suicidi,
e l'ho visto persino scribacchiato
sul retro degli orari ferroviari.

Ha il latrato di un alsaziano a dieta
o il bum-bum di una banda militare?
Si può farne una buona imitazione
su una sega o uno Steinway da concerto?
Quando canta alle feste, è un finimondo?
Apprezzerà soltanto roba classica?
Smetterà se si vuole un po' di pace?
La verità, vi prego, sull'amore.

Sono andato a guardare nel bersò;
lì non c'era mai stato;
ho esplorato il Tamigi a Maidenhead,
e poi l'aria balsamica di Brighton.
Non so che cosa mi cantasse il merlo,
o che cosa il dicesse il tulipano,
ma non era nascosto nel pollaio,
e non era nemmeno sotto il letto.

Sa fare delle smorfie straordinarie?
Sull'altalena soffre di vertigini?
Passerà tutto il suo tempo alle corse,
o strimpellando corde sbrindellate?
Avrà idee personali sul denaro?
E' un buon patriota o mica tanto?
Ne racconta di allegre, anche se spinte?
La verità, vi prego, sull'amore.

Quando viene, verrà senza avvisare,
proprio mentre mi sto frugando il naso?
Busserà la mattina alla mia porta,
o là sul bus mi pesterà un piede?
Accadrà come quando cambia il tempo?
Sarà cortese o spiccio il suo saluto?
Metterà in subbuglio la mia vita tutta insieme?
La verità, vi prego, sull'amore.












mercoledì 17 febbraio 2016

Lettera aperta agli omosessuali



Caro amico,
non pensare che non ti capisco. No, ti capisco benissimo. Non voglio dire che so tutto, non mi ermetterei mai. Ogni persona è diversa, ognuno ha la sua storia. Due parole pero vorrei dirtele. Cerca di ascoltarmi. Togliamo di mezzo tutto, il ddl Cirinnà, le coppie omogenitoriali, i diritti civili, la chiesa retrograda. Togliamo di mezzo tutto per un secondo. Oggetto di questa lettera è una cosa diversa: è la felicità. Voglio parlare di come ti senti veramente. Come stai? Non a livello superficiale, davvero. Sei felice? È vero, puoi rispondermi che nessuno lo è, che la felicità non esiste. Ma stai camminando per cercarla in qualche modo?
Probabilmente si, e il modo migliore che hai trovato dopo tante sofferenze è quello che, forse, stai vivendo ora: l’affermazione della tua identità omosessuale. Non voglio mettere in discussione le tue scelte, può darsi siano le più giuste per te, e che lì tu stia vivendo la tua completa felicità. Per me le cose sono andate un pò diversamente.
Vorrei parlarti della mia esperienza, dirti ciò che ho vissuto. Già, ma da dove cominciare? È così difficile esprimere a parole un'esperienza umana, che non è fatta solo di concetti e parole ma anche di carne, sangue, vista, tatto, intuizioni più o meno coscienti. Provo ad andare con ordine.

Io ho sempre saputo di essere gay. Semplicemente non ho mai pensato di essere etero. Alle medie è stato il momento in cui ho preso maggiore coscienza sull'attrazione. Dentro di me, però, sapevo da parecchio tempo di essere diverso. Ne parlai con qualcuno già a quell'età. Mi ricordo che quello che dicevo era "Da quando ho ricordi è sempre stato così." Questo per dire quanto fosse radicata in me questa percezione. All'epoca non mi interessava la questione ci sono nato o diventato, né mi interessava andare troppo a fondo alla questione del perché fossi così. Pensavo non fosse utile. Sapevo solo di essere così. Non c'era possibilità né volontà di cambiamento, dovevo cominciare a conviverci. Cominciai i miei primi incontri, quindi, molto precocemente. Per lo più con uomini conosciuti in chat, più grandi di me. Una volta capito chi ero, cercavo un modo per adattarmi e cominciare a sperimentarmi, insomma. Mi ricordo che in quel periodo, sempre alle medie, feci qualche incontro con uno psicologo dello sportello di ascolto nella scuola. Tutto il suo lavoro fu di mostrarmi come non ci fosse alcun problema nell'omosessualità, che dovevo accettarmi e smettere di soffrire per colpa della società omofoba. E così feci. Cominciai a vivermi qualche storia, qualche incontro, a parlare di me con qualcuno. Sempre, devo dire, trovai persone che mi accettavano, mi spingevano a non farmi troppo problemi, a proseguire su questa strada. Se questo era quel che ero, avevo diritto di esprimerlo. Alcuni poi, per lo più ragazze, mi adulavano parlando del mio coraggio e di quanto fosse speciale. Questo devo dire mi dava un senso di conforto e calore.
A un certo punto, però, mi resi conto che qualcosa non stava andando per il verso giusto. Erano gli anni del liceo. Un liceo a predominanza femminile e qualche ragazzo qua e là. Già, i ragazzi. Semplicemente non avevo nessuno strumento per entrare in contatto con loro. Li guardavo da lontano. Erano così diversi da me. Li ritenevo stupidi, superficiali, insensibili, incapaci di un dialogo con le donne, su cui io invece ero parecchio ferrato. E probabilmente a volte era vero. Probabilmente per molti aspetti ero una persona migliore di loro. Perché allora mi attiravano così tanto? Perché facevo fatica persino a salutarli? Li giudicavo inferiori e diversi. A volte, però, mentre li sentivo ridere sguaiati su una qualsiasi cavolata dopo l'ora di educazione fisica in cui si erano sfidati su un campo da calcetto ed io a guardarli, avrei dato qualsiasi cosa per essere uno di loro. Ma come si faceva? Poi qualcosa precipitò. Un ragazzo, uno di loro, il più bello, il più disinibito e per me il più virile cominciò a rapportarsi più apertamente con me. Io in un misto di paura e gioia cercavo di essergli amico. Lo usavo come scudo per rapportarmi con gli altri, che vedevo ancora così lontani. La nostra però era un'amicizia che mi feriva profondamente. Lui sapeva farci con tutti. Io no. Lui doveva essere mio, dovevo avere da lui tutte le attenzioni. Dovevamo essere sempre più intimi, un'intimità che non mi bastava mai. Mi stavo innamorando, pensavo. O volevo essere lui? Non capivo. In tutto questo, il colpo finale. Un giorno venne e mi disse: "Tu sei morboso, triste, io non voglio più stare con te, voglio stare con gli altri, lasciami in pace". Precipitai nell'abisso. L'abbandono. Perché non andavo bene? Perché io no e gli altri si? Come si faceva ad essere uno di loro? Sentivo come se loro mi disprezzassero, non mi ritenessero degno di essere uno di loro, ma io desideravo cosi ardentemente la loro virilità. Spesso fantasticavo sessualmente su diversi da loro.
Poi cominciò a emergere l'angoscia, dormivo male, pensavo continuamente a loro, a lui, il ragazzo di cui mi ero invaghito. Ci pensavo, ma mentre eravamo a scuola avevo una terribile paura che mi impediva il rapporto. Fuggivo. Li respingevo. Li desideravo come non mai. Cominciai a stare malissimo durante le ore di scuola, la sera facevo fatica ad addormentarmi. Ero distante da loro. Volevo essere vicino. Non sapevo farlo. Mi rifugiavo nelle mie fantasie.
Finì tutto nello studio di uno psicologo. E da lì cominciò a venir fuori il mondo sommerso che avevo dentro. Uscirono fuori tante dinamiche all'interno della mia famiglia di cui ero ed ero stato vittima: una madre triste, ipercritica nei confronti del marito, un padre lontano emotivamente ma allo stesso tempo molto presente in forma autoritaria. Avevo una fottuta paura di lui. Era così lontano, così imperturbabile. Almeno ai miei occhi. Cominciò ad essere chiaro il distacco difensivo che avevo messo in atto nei suoi confronti e poi in generale con il mondo degli uomini. Cominciò ad essere chiaro l'attaccamento morboso di una madre di cui credevo di dover curare l'infelicità. Dove era lì lo spazio per me? Dove erano lì i luoghi dove poter esprimere il bambino che ero? I tentativi di spontaneità che avevo venivano repressi. Non potevo uscire dal ruolo che loro mi avevano dato, pena la loro lontananza. Attenzione, non sto parlando di una famiglia disastrata, o di maltrattamenti subiti o chissà quali abusi. Una famiglia all'apparenza normale, che però mi ha ferito enormemente. Con il mio terapeuta, cominciai ad analizzare anche le mie relazioni attuali. Anche da lì uscirono fuori tante cose, proprio a partire dal confronto reale con quel gruppo classe che tanto mi aveva ferito. Uscì fuori quanto in fondo fossi invidioso di loro, quanto mi sentivo inferiore, quanto tendessi a sessualizzare proprio i ragazzi che mi sembravano essere più diversi da me, che avevano caratteristiche che io sentivo mancanti in me, riconducibili tutti all'idea idealizzata e lontana che avevo di virilità e mascolinità. Era sempre più chiaro, non li desideravo solo sessualmente, c'era qualcosa di più, io volevo essere loro! Mi vennero dati quindi degli strumenti per provare a relazionarmi in modo nuovo con loro, per trovare un contatto più vero di quello che avevo nelle mie fantasie e atti sessuali. Fu un mondo del tutto nuovo e inesplorato per me. Richiedeva sforzo e impegno quotidiano da parte mia, obbligandomi a vincere in qualche modo strati di vergogna e distacco difensivo. Era una fatica diversa da quella che avevo sperimentato fino a quel momento nelle mie relazioni, era una fatica che mi riconnetteva con me stesso e con gli altri. In sintesi: dovevo sfidare ciò che mi faceva più paura, invece di scappare e poi fantasticarci sopra.
Poi un ricordo, come fosse ieri, durante la gita di fine anno. Eravamo tutti lì. I ragazzi. C'ero io, il ragazzo di cui mi ero invaghito un paio di anni prima e gli altri. Ridevamo, scherzavamo. Le ragazze con cui ero abituato a stare poco più in là. Non so come spiegarti. Forse stavo ricevendo i frutti di tutta quella fatica verso la ricerca della mia identità. A un certo punto io ero uno di loro, semplicemente. Non ero più attratto da loro. Non ne avevo bisogno. Ero lì con loro. Non avevo più paura. Ero nel posto che mi era sempre spettato e che avevo sempre desiderato: il mondo degli uomini. Nei tempi che seguirono mi accorsi con sempre più chiarezza che più stavo in quel posto più le attrazioni diminuivano. Non so trasmettervi la gioia per chi viene dalle mie difficoltà di sentirsi connesso in modo autentico con altri uomini. Da uomo a uomo. Da pari a pari. Guardarsi negli occhi, da fratelli. Sulla stessa barca. Non so trasmettere la sensazione di scambiarsi abbracci virili, senza voler rubare niente o sentirsi inadeguati. La gioia di raccogliere tutto il coraggio che hai, scendere di nuovo nel campo che ti attirava e ti spaventava allo stesso tempo. Nel campo di pallone, per esempio. Scoprirsi non dei campioni, ma degni di starci. Accettare anche consigli, perché tu su quel campo non ci scendevi da anni. La gioia di quando ti passano la palla, e magari fai anche un gol. La gioia di riscoprirsi uomo, magari in uno spogliatoio o davanti a una birra. Non superuomo, ma sufficientemente virile sì. Degno. Quando ci arrivai, capi che sì, cazzo, lì era la mia felicità. Li era dovevo volevo stare, da sempre, quello per cui avrei lottato tutta la vita. Non quell'abisso di chiusura, difficoltà, ossessioni in cui ero caduto.
Poi le cose si susseguirono ad una certa velocità: un potere sempre più forte nelle relazioni, una maggiore iniziativa nelle scelte, il chiarimento con papà. Quella volta in cui lo abbracciai e piangendo gli dissi: mi hai ferito ma io voglio essere un uomo come te. Non so come, poi, a un certo punto mi baciai con una ragazza. Non esplose mai dentro di me una carica eterosessuale, non so perché lo feci. Qualcosa mi spingeva. Forse ora catalogavo le ragazze diverse da me e provavo curiosità per loro. Anche sessuali. Avevo reazioni fisiche. Questo si consolidò sempre di più. A un certo punto sapevo chi ero e cosa volevo.

Bene. Sono passati quasi dieci anni. Sono successo tante cose. Tante volte ho detto: ok, finito, ci sono, qui mi fermo, ho raggiunto quello che volevo. Ma ho scoperto che non si arriva mai. Ho scoperto la mia debolezza. Tante cadute. Ho scoperto che la sofferenza che ho provato da bambino andava oltre quello che mi sarei immaginato. Quella storia poi con la ragazza del bacio, non andò granché. Ma poi ho conosciuto una donna forte ma delicata allo stesso tempo, che mi sostiene e mi spinge a diventare sempre di più ciò per cui sono nato. Ah giusto, dimenticavo un paio di cose: io e la donna in questione ci sposiamo. Tra poco più di un anno. Oggi sono uno psicologo. Lavoro anche con bambini e ragazzi nell'ambito dello sviluppo dell'identità di genere. Sogno una psicologia che possa dare a tutte le persone una seconda possibilità rispetto alle loro ferite inferte nell'infanzia, come è successo a me. Sogno una psicologia che fornisca strumenti per rendere le persone capaci sempre di più di fare scelte libere e consapevoli, e se possibile aiuti le persone a volgere lo sguardo verso valori umani, stabili e positivi. Proprio per questo voglio ringraziare di cuore il mio terapeuta: la persona che so che per primo crede in questa psicologia e ha saputo trasmettermela. Oggi sono un uomo immensamente più vero, stabile, determinato, onesto, con delle intenzioni e motivazioni verso cui tendere rispetto a diversi anni fa. Enormemente più felice.

Perché ti ho raccontato tutto questo? Probabilmente puoi liquidare questa mia storia che ti ho consegnato con il cuore in mano in due parole, dicendo semplicemente “non eri gay” o “sei solo un gay represso a cui hanno lavato il cervello”. Oppure no. Oppure puoi provare a lasciarti interrogare da quello che ti ho scritto. Puoi provare a vedere se ci ritrovi qualcosa di tuo. Possiamo guardarci negli occhi e provare a dirci la verità sulle nostre vite, in qualche modo. Probabilmente hai già sofferto parecchio. Rischi di aggiungere ferite a ferite. Forse non è tutto riconducibile all'omofobia interiorizzata, a presunti geni gay o al fatto che l'amore è comunque amore. Forse qualcosa è stata toccato nel profondo della tua identità di uomo e di donna. Forse è successo talmente tanto tempo fa che non ne hai ricordi. Forse, però, da qualche parte, nel fondo del tuo cuore, c'è la possibilità di prenderti cura di quella sofferenza. Te lo devi. Il rischio è che qualunque scelta che hai fatto e farai in futuro sia per scappare da lì, per non guardare dentro quell'enorme buco. Ma è possibile guardarci dentro e sopravvivere. Te lo devi. Non fermarti alla prima opzione che ti viene data. Non si tratta di provare a essere etero. Qui è in ballo qualcosa di diverso. E non importa il risultato del percorso. Quello che conta è quanto vorrai essere onesto nel vedere chi sei, chi eri, chi avresti potuto essere e soprattutto chi vuoi essere oggi. E muoverti in quella direzione. È in ballo la verità della tua identità. Non aver paura di continuare a camminare, di continuare a cercare la felicità.
                                                                                                                                         
                                                                                                                                     Joseph Marlin



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